I primi sei mesi e mezzo del governo che si definisce del cambiamento misurano lo spread tra buona parte del racconto pubblico – sui giornali, in televisione, sui social – e il sentimento della maggioranza che resta al momento a prova di bomba, mai scalfito: i partiti del contratto, M5s e Lega, insieme non mollano il 60 per cento di base elettorale virtuale. “Incompetenti, analfabeti istituzionali, scappati di casa!”, e restano lassù. “I ponti delle autostrade dove un giorno si potrà mangiare e giocare“, e restano lassù. “Tiro dritto, molti nemici molto onore, me ne frego”, e restano lassù. La festa sul balcone – che porta pure male – e restano lassù. La Tap si fa anziché no, il Terzo Valico si fa anziché no, e restano lassù. Le accise sulla benzina ci sono ancora tutte e restano lassù. Le fiducie degli altri erano “golpe“, “atti eversivi“, segni che “siamo in dittatura“: ne mettono 8 in 6 mesi ma restano ancora lassù.

Il 4 marzo, nel proporzionale, Cinquestelle e Carroccio avevano preso rispettivamente il 32,7 e il 17,4 per cento, cioè insieme la metà esatta dell’elettorato che si era presentato alle urne. L’ultimo sondaggio utile – di Tecnè, realizzato il 17 dicembre, diffuso da Quarta Repubblica di Nicola Porro su Rete 4 – dice che la Lega sfiora il 33 (32,8) e il M5s sta stabile sopra al 25 (25,3). Il primo inseguitore – il Pd – è distante di 8 punti che in voti effettivi fa più o meno 4 milioni e mezzo. I sondaggi di oggi hanno esteso la fiducia e quindi anche la legittimità dell’azione dell’esecutivo. Fiducia, infatti, in questo caso è ancora sinonimo di speranza. La manovra battezzata del popolo è stata approvata in questo modo un po’ sgangherato, all’ultimo tuffo e di fretta, tra duemila correzioni e rinvii? Chi se ne frega: gli elettori si fidano di chi hanno scelto quasi 7 mesi fa soprattutto perché aspettano che le promesse quelle grandi vengano mantenute. Aspettano, cioè, che reddito di cittadinanza e riforma della Fornero da parole diventino realtà. Tutto il resto – gli incidenti, le gaffe, le liti, le incoerenze – non conta niente, oggi.

Dal 4 marzo è cambiato che i leghisti sono primi e i Cinquestelle secondi e non più viceversa e col passare dei mesi il distacco tra i due si è mosso a fisarmonica (ora due, ora quattro, ora sei punti). Ma quello che salta all’occhio è che – a dirla grezza – al momento può accadere qualsiasi cosa, ma la maggioranza resta con chi sta al governo. I due elettorati, forse anche più delle basi parlamentari di ciascun partito, credono al governo Conte in qualsiasi passaggio, a prescindere dai fatti, dalle balbuzie che stare al governo comporta per prassi per tutti, quelli di prima e quelli di dopo. Anzi, visto che i diverbi da fight club tra due partiti così diversi non mancano, chi è visto come il principale mediatore (con il Quirinale, con l’Europa, ma soprattutto tra i due partiti), cioè il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, resta tra i leader politici più popolari: costantemente favorito al capo politico del M5s Luigi Di Maio, se la batte anche con Matteo Salvini, la cui comunicazione – a differenza del capo del governo – è studiata da anni proprio per produrre consenso, una tempesta che passa a ogni ora attraverso agenzie di stampa, tweet, foto di pasta e ragù, fiere di agricoltori e curve sud.

Si potrebbe forse definire “democrazia percepita“, come la temperatura o la sicurezza. Non c’è fact-checking che tenga: a prescindere dai dati, il governo che promette il cambiamento può sempre contare sulla spinta del suo popolo. Tanto da compiere almeno un cambiamento, quello sì storico nel suo piccolo e magari nemmeno voluto: dicono le ultime analisi di Demos&Pi, istituto che collabora con Repubblica, che è tornata a salire la fiducia nel Parlamento e nei partiti, che è come dire che passa davvero la stella cometa, visto che da anni sono le due istituzioni nei confronti delle quali i cittadini hanno meno stima. Tra il 2017 (fine dei governi di centrosinistra) e il 2018 (inizio dell’esecutivo Conte) l’indice di gradimento per le forze politiche è salito di tre punti – dal 5 all’8 per cento – mentre quello per il lavoro delle Camere è saltato dall’11 al 19, tornando a cifre di 10 anni fa, molto prima del big bang grillino e della cavalcata salviniana.

Eppure i primi mesi di legislatura sono stati incerti. Camera e Senato hanno lavorato a scossoni: o pochissimo lavoro oppure corse ingiustificate, magari con incidenti di percorso. Come sul ddl Anticorruzione, con mezzo gruppo della Lega che ha votato a favore di una norma salva-ladri (nel senso di peculato), cioè una specie di anticristo in miniatura per la stessa ragione sociale dei Cinquestelle. Su tutte le leggi fondative del contratto di governo approvate finora il governo del cambiamento ha messo la fiducia. E vuol dire che di fiducia ce n’è poca tra i due partner di maggioranza: è servita sull’Anticorruzione per mettere in riga i leghisti, è servita sul decreto Fisco e sul decreto Sicurezza per evitare le alzate di cresta di qualche dissidente Cinquestelle. E’ tale lo spirito “di squadra” degli elettori – si potrebbe usare “atto di fede” – che il disagio di qualche singolo nel M5s è respinto con sdegno dalla base (basta un’occhiata ai commenti “calorosi” sulle pagine facebook dei senatori Gregorio De Falco e Paola Nugnes). Un sentimento di “protezione” nei confronti dell’intera attività del governo che bagna anche i piedi del presidente della Camera Roberto Fico, per via del suo controcanto specie sulle misure leghiste più marcate.

Fico è tra le icone dell’idea fissa dei Cinquestelle sulla centralità del Parlamento. Eppure, in attesa della democrazia diretta promessa dal contratto di governo, quella rappresentativa non scoppia di salute. La radiografia è il passaggio inedito sulla manovra che passerà con 3 voti di fiducia in un mese, l’ultimo tra domani e venerdì. I presidenti delle Camere sono imbarazzati – eufemismo che sostituisce un termine dallo stesso suffisso – per aver dovuto sopportare il fatto che i parlamentari (anche quelli di maggioranza) abbiano visto passare la principale delle leggi solo in lontananza, come un regionale veloce all’orizzonte. Una situazione dovuta agli incontri di catch tra i due partiti su quasi ogni argomento: l’ultima battaglia su Ncc e taxi l’ha vinta Di Maio, ma – dicono i giornali – in cambio forse ha dovuto concedere il saldo e stralcio. La Lega aveva infilato gli incentivi per gli  inceneritori, poi bloccati dal M5s. Dinamiche che si ripeteranno tra qualche giorno sui decreti-cardine del programma, il reddito e la quota 100.

Ciononostante, la speranza verso questo esecutivo “anomalo” ne esce senza un graffio. “Oggi i ‘nuovi’ attori della ‘nuova’ stagione politica sono al governo – scrive Ilvo Diamanti a corredo del sondaggio uscito due giorni fa – E il loro atteggiamento nei confronti delle istituzioni, che prima contestavano, è cambiato. La sfiducia si è trasformata in fiducia. Verso lo Stato. Perché ‘lo Stato siamo noi’, ha ripetuto Di Maio in più occasioni”. Insomma, i due partiti che promettevano di dare una scrollata ai palazzi così lontani dal Paese reale e che si sono caricati sulle spalle il mare di scontento hanno portato in dote alle istituzioni il loro consenso. Quirinale compreso: sempre secondo Demos&Pi, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella – che all’inizio era stato descritto quasi come l’avversario recalcitrante del governo populista – in un anno è passato in realtà dal 46 al 56 per cento di gradimento. “Gli elettori di Lega e M5s – aggiunge Diamanti – in precedenza ‘attori della sfiducia’, oggi sono divenuti i ‘motori della fiducia’. O almeno della ‘non sfiducia’”. Resta che il consenso del cambiamento è sub iudice, come sempre, come per tutti. La luna di miele vale ancora oggi, ma da qui in avanti si affaccia più di una variabile indipendente. Le elezioni europee – prima, durante e dopo – sono la più ingombrante.

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