Disegnare la filiera agroalimentare in modo che i diritti umani siano tutelati e che il consumatore sappia per cosa paga e chi guadagna dai suoi acquisti. Sembra un obiettivo così lontano in un mondo dove, paradossalmente, chi produce il cibo che arriva sulle nostre tavole, non ne ha per sé. Colpa di un sistema alimentare caratterizzato in alcuni Paesi (come l’Italia) da filiere troppo lunghe e complesse e dalla concentrazione del potere di mercato nelle mani di pochi potenti attori della Grande distribuzione organizzata (Gdo).

Per attirare i propri clienti con offerte sempre più accattivanti, le grandi catene di supermercati riducono all’osso il prezzo pagato ai piccoli produttori, scaricando su di essi costi e rischi. E lo fanno anche attraverso pratiche sleali, oggetto di una proposta di direttiva comunitaria il cui iter è alle battute finali. Il risultato? Il consumatore risparmia (ma rischia di acquistare un prodotto di qualità sempre più bassa) “la Gdo mette al sicuro i ricavi, ma qualcun altro – mette in guardia l’Oxfam – paga il prezzo di un gioco di potere iniquo in cui perde chi ha meno forza contrattuale”. Da questo sistema derivano piaghe quali lo sfruttamento lavorativo e le violenze che si riversano sull’ultimo anello della filiera, braccianti e operai che coltivano, raccolgono e confezionano il cibo.

IL SISTEMA DEI SUPERMERCATI – La grande distribuzione dovrebbe fare la propria parte ma finora le cose sono andate in una direzione opposta. Per accendere i riflettori sulle ingiustizie che si celano dietro moltissimi alimenti venduti sugli scaffali dei supermercati, Oxfam ha lanciato la campagna ‘Al giusto prezzo’. Da ricerche condotte per l’organizzazione non profit risulta che tra il 1995 e il 2011 (ultimo anno per cui sono disponibili dati a livello mondiale) i supermercati non solo hanno sempre incassato la percentuale più alta sul prezzo pagato dal consumatore rispetto agli altri soggetti della filiera, ma che questa quota è salita dal 27% a più del 30%, mentre quella spettante agli agricoltori è diminuita dal 16% del 1995 a meno del 14% nel 2011, con punte del 7% in alcuni Paesi. “Per alcuni prodotti come il succo d’arancia brasiliano – racconta Bacciotti – le banane dell’Ecuador, i fagiolini del Kenya, il tè indiano, i gamberetti vietnamiti o il tonno in scatola tailandese la quota spettante a piccoli agricoltori o lavoratori nel 2015 è stata inferiore al 5%”. Con più di 26mila punti vendita, anche in Italia il settore della Gdo è da cinquant’anni un attore chiave dello sviluppo economico e sociale. I supermercati hanno sostituito negozi e botteghe sotto casa e oggi vendono circa il 73,5% di tutto il cibo e le bevande consumate.

AL GIUSTO PREZZO – Tra catene c’è una guerra all’ultimo prezzo. “Offerte, promozioni, sconti e sottocosto – spiega Oxfam – sono sempre più frequenti e rilevanti per attirare i consumatori, scongiurare il crollo delle vendite e preservare i ricavi”. In media, le promozioni incidono per il 32,1% sui fatturati di ciascuna azienda. Nel rapporto da cui prende il via la campagna ‘Al giusto prezzo’ Oxfam analizza, invece, il grado di impegno con cui i cinque più grandi operatori italiani – Coop, Conad, Esselunga, Gruppo Selex ed Eurospin – affrontano il tema dei diritti umani nelle proprie filiere per eliminare sfruttamento e abusi nelle campagne. “Coop – si legge nel rapporto – è l’azienda che dimostra un livello maggiore di consapevolezza e azione sul tema, totalizzando un 27%; Conad arriva all’11%, Esselunga all’8%. Selex ed Eurospin ottengono un punteggio pari a 0% in tutte le aree di indagine, in quanto non è stato possibile rintracciare alcun documento pubblico relativo ai temi in questione”. Eppure, secondo Oxfam, la grande distribuzione non può tirarsi indietro.

DISTORSIONI SUGLI SCAFFALI – Nel 2013 l’Antitrust ha avviato un’indagine al termine della quale sono state segnalate una serie di pratiche con cui i distributori riuscivano a spuntare sconti e contributi che valevano in media il 24,2% del fatturato delle imprese fornitrici. Questo ha effetti anche su chi va a fare la spesa e non sa che “quando si acquista una passata al supermercato si paga più per la bottiglia che per il pomodoro contenuto”. È quanto emerge da un’analisi della Coldiretti: in una bottiglia di passata di pomodoro da 700 ml in vendita mediamente a 1,3 euro, oltre la metà del valore (53%) secondo la Coldiretti è il margine della distribuzione commerciale con le promozioni “il 18% sono i costi di produzione industriali, il 10% è il costo della bottiglia, l’8% è il valore riconosciuto al pomodoro, il 6% va ai trasporti, il 3% al tappo e all’etichetta e il 2% per la pubblicità”. Con uno squilibrio nella distribuzione del valore lungo la filiera “favorito anche da pratiche commerciali sleali”, denuncia Coldiretti, come le modifiche unilaterali e retroattive dei contratti di fornitura o le cancellazioni con breve preavviso degli ordini di prodotti deperibili.

DALLA PASSATA DI POMODORO AL PANE – Tra quelle utilizzate per mantenere i listini al livello più basso possibile ci sono le aste al ribasso o al doppio ribasso. La scorsa estate, Eurospin è finita al centro di un’inchiesta de l’Internazionale, che ha svelato i particolari di un’asta al doppio ribasso con cui l’azienda si è assicurata un’importante partita di passata di pomodoro: 20 milioni di bottiglie da 700 grammi a un prezzo unitario di 31,5 centesimi di euro. “In un mercato veloce, competitivo e fluido – si è difesa Eurospin – che pianifica poco (al massimo a tre-cinque anni, e noi lo facciamo), le aste online possono anche mettere in difficoltà alcuni operatori, produttori o agricoltori, ma noi dobbiamo fare l’interesse del consumatore”. Ma quella delle aste al doppio ribasso non è una pratica così rara, soprattutto tra i discount. “La catena chiede ai fornitori qual è il prezzo più basso che sono disposti ad applicare per un prodotto”, spiega a ilfattoquotidiano.it Lorenzo Bazzana, responsabile economico di Coldiretti. Viene scelto quello più basso, che diventa la base di una seconda asta (a scendere)”. C’è chi si ritira e chi, stringendo la cinghia, si aggiudica la commessa pur di rimanere sul mercato. Il rischio è che questi produttori si rivalgano sulla mano d’opera o che abbassino la qualità degli alimenti che finiscono sugli scaffali. “In questo sistema la competizione non parte dal costo del prodotto e va a discapito della qualità, della sicurezza alimentare e delle regole”, spiega ancora Bazzana. Secondo cui “bisogna andare nelle pieghe degli accordi contrattuali di fornitura più o meno scritti, perché in certi casi si nascondono una serie di pratiche sleali”. Sempre in Italia, a settembre, l’Agcm ha aperto sei istruttorie nei confronti dei principali operatori nazionali della Gdo (Coop Italia, Conad, Esselunga, Eurospin, Auchan e Carrefour) per verificare una presunta pratica sleale a danno delle imprese di panificazione a cui sarebbero state imposte produzioni sovradimensionate (anche a ridosso delle chiusure) e il ritiro dell’invenduto a proprie spese.

IL CONTESTO ITALIANO – Della guerra all’ultimo prezzo operai e braccianti sono quindi le prime vittime. Ne sa qualcosa l’Italia, dove in agricoltura un lavoratore su due è irregolare. Nonostante la legge 199 del 2016 sul caporalato e i risultati con essa ottenuti. Oltre ai problemi legati alla dinamica globale dello strapotere della Gdo, infatti, il nostro Paese fa i conti anche con fenomeni come lavoro nero e sfruttamento nei campi. “Sia perché ha una forte vocazione agricola, sia perché – spiega a ilfattoquotidiano.it Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia – altri Paesi europei possono contare su un mercato del lavoro più regolare e un sistema di infrastrutture, trasporti e meccanizzazione agricola ben diverso dal nostro, caratterizzato invece da una significativa frammentazione delle aziende”. Tutto ciò si traduce in una filiera più complessa e difficile da controllare: prima di arrivare nelle nostre case, i prodotti affrontano diversi passaggi, in ciascuno dei quali ogni operatore coinvolto cerca di aumentare il proprio margine di guadagno. “Una caratteristica del nostro Paese – aggiunge – che ha favorito il lavoro nero e grigio e alla quale si aggiunge il fattore criminalità organizzata”.

LA LEGGE SUL CAPORALATO NON BASTA – La legge 199 del 2016 ha rappresentato un passo importante, ma che la strada sia lunga lo dimostrano storie come quella di Suruwa Jaitheil 18enne originario del Gambia morto carbonizzato nella baraccopoli di San Ferdinando, nella zona industriale di Gioia Tauro (Reggio Calabria). Cosa manca, allora, al nostro sistema normativo per rendere efficace lotta allo sfruttamento? “In Italia – spiega la direttrice delle campagne di Oxfam Italia – servono un approccio preventivo oltre che repressivo, l’effettiva applicazione della legge su tutto il territorio, regole del contratto agricolo con maglie più strette che non consentano ai datori di lavoro di fare i furbi e alcune modifiche legislative”.

COSA C’È DA FARE IN ITALIA- Una su tutte: “Le regole del contratto agricolo permettono di dichiarare a posteriori le giornate lavorate – prosegue – così, in caso di controlli, all’azienda basta dimostrare di essere in regola con i contratti ai braccianti presenti sul campo in quel momento, salvo poi dover denunciare entro i tre mesi successivi l’effettiva giornata lavorativa”. In questo modo è possibile, ad esempio, che su tre mesi di lavoro i datori ne dichiarino dieci/quindici. “Questo meccanismo – aggiunge Bacciotti – spiega l’aumento di lavoro grigio e la riduzione del lavoro nero (l’assenza totale di contratto) per cui le aziende oggi rischiano pene severissime proprio grazie alla legge sul caporalato”. Che, però, dovrebbe trovare totale applicazione su tutto il territorio. “Servono controlli e investimenti”, commenta l’esperta, secondo cui il governo dovrebbe “sviluppare incentivi per chi aderisce alla ‘Rete del lavoro agricolo di qualità’”. Lo strumento, voluto dall’ex premier Matteo Renzi e dall’allora ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina, sarebbe dovuto diventare una vetrina per le imprese che rispettano le regole, ma oggi conta circa 3.500 aziende, a fronte di centinaia di migliaia di realtà esistenti nel nostro Paese. Poco frequentata e poco operativa.

COSA C’È DA FARE IN EUROPA – Se i lavoratori sono le prime vittime, anche le piccole imprese sono dunque ricattate dalla guerra dei prezzi. Un esempio sono appunto le sei istruttorie aperte da Agcm contro i supermercati italiani per pratiche sleali nei confronti dei produttori di pane. Da casi come questi nasce la proposta di una direttiva sulle pratiche di commercio sleali che a ottobre 2018 ha incassato il voto favorevole del Parlamento europeo. Proprio nei giorni scorsi il Parlamento, il Consiglio e la Commissione europea hanno raggiunto un accordo, dopo dieci anni di battaglie. Ad annunciarlo, al termine del trilogo, è stato il negoziatore capo per il Parlamento, l’ex ministro ed eurodeputato Paolo De Castro, precisando che “ora saranno tutelati il 100% degli agricoltori europei e il 98 dell’agri-food”. La proposta iniziale prevedeva infatti un elenco minimo di 8 pratiche sleali (4 bandite in ogni caso, 4 solo se non previste da contratti scritti) da vietare in presenza di imprese piccole e medie (con fatturato fino a 50 milioni di euro e massimo 250 dipendenti). Nei successivi passaggi legislativi è stato inserito un elenco molto dettagliato di pratiche (circa 40) ed è decaduto il limite delle dimensioni delle imprese da tutelare. La normativa sarà estesa a tutti, dai piccoli agricoltori alle multinazionali.

A spiegarlo è stato lo stesso De Castro: “È stata portata da 50 a 350 milioni di euro la soglia minima di fatturato delle aziende agricole e delle imprese agroalimentari entro la quale sarà applicata in tutti gli Stati membri la nuova direttiva europea contro le pratiche commerciali inique e immorali”. Mentre l’associazio ne europea dei consumatori (Beuc) teme che includere la grande industria porterà all’aumento dei prezzi per il consumatore e, per ragioni diverse, anche la Gdo chiede che si reinserisca un limite dimensionale alle aziende da tutelare, Coldiretti non la pensa così. “È giusto tutelare chi è vittima di un abuso – continua Bazzana – sia che si tratti di un piccolo produttore, sia che si tratti dell’industria”. La direttiva integrerà le normative nazionali (già vigenti in 20 Paesi, tra cui l’Italia) e prevede l’istituzione in ogni Stato membro di un’autorità alla quale aziende e ong potranno rivolgersi anonimamente per denunciare le pratiche sleali. Cosa cambierà? “Come sta accadendo per la legge sul caporalato – sottolinea il responsabile economico di Coldiretti – tutto dipende ancora una volta da come verrà applicata la direttiva e dalla forza dei controlli”.