Un nome misterioso su una montagna di soldi in contanti dalle origini non chiare. Un nome, che non corrisponderebbe a quello di un malavitoso, su un foglietto attaccato a una parte consistente di quasi 3 milioni di euro di pacchi di banconote. Un nome che secondo gli inquirenti, ma non ci sono al momento riscontri, potrebbe essere quello del ‘destinatario’ di una tangente. Si colora di giallo, come il post-it, l’ultima inchiesta sui clan di camorra e l’imprenditoria collusa a Castellammare di Stabia (Napoli), la città dove la notte dell’Immacolata nel rione Savorito si è dato alle fiamme un manichino con la scritta ‘così devono morire i pentiti, abbruciati’. Tra le urla di giubilo e gli applausi. Immediatamente sono seguite le proteste indignate e le prese di distanza senza se e senza ma del sindaco azzurro Gaetano Cimmino e dell’assessore alla Legalità Gianpaolo Scafarto, l’ex investigatore del caso Consip chiamato a dare una svolta alle politiche legalitarie e di sicurezza di un comune dove 9 anni fa il clan ammazzò un consigliere comunale Pd e dove la marcia anticamorra organizzata in maniera forse troppo improvvisata da un’associazione locale lunedì 17 dicembre si è tramutata in un flop clamoroso: appena 30 persone nel rione, c’erano più poliziotti e carabinieri che cittadini.

L’episodio del falò del manichino ‘pentito’, finito sui giornali di mezzo mondo, è accaduto pochi giorni dopo l’esecuzione di una quindicina di arresti con accuse di estorsione aggravata dal metodo mafioso al termine di una indagine del pm della Dda Giuseppe Cimmarotta, corroborata dai verbali di due collaboratori di giustizia condannati per l’omicidio del consigliere comunale. E tra i nomi finiti in carcere spicca quello di un uomo ricco e potente, con una storia alle spalle: Adolfo Greco, monopolista della distribuzione del latte nel napoletano, lontanissimi trascorsi da prestanome di Raffaele Cutolo, un ruolo nella trattativa Dc-camorra-Brigate rosse per la liberazione dell’assessore regionale Ciro Cirillo (accompagnava gli uomini dei servizi segreti nel carcere di Ascoli Piceno dove era rinchiuso Cutolo), una condanna per favoreggiamento del boss della Nco, la riabilitazione, una nuova vita da imprenditore di successo in svariati rami, il latte, gli alberghi, il turismo, un progetto di housing sociale sospeso a Castellammare. Quando lo hanno arrestato, gli agenti della Mobile e del commissariato stabiese si sono recati da lui con la termo camera e hanno rilevato dietro a una intercapedine di un muro di casa Greco la presenza, ben nascosta, di 2 milioni e 700.000 euro in contanti, impacchettati e in ordine.

Ilfattoquotidiano.it è in grado di rivelarvi che su una parte di quei soldi c’era un post it con scritto un nome. Un nome che non corrisponde a quello degli esponenti del clan di cui Greco era vittima. Nell’ordinanza di custodia cautelare, l’imprenditore infatti ricopre il doppio ruolo di ‘complice’ di un sistema estorsivo messo in piedi dalle cosche stabiesi, e di parte offesa delle minacce del clan D’Alessandro, al quale era costretto a versare cifre consistenti: 5.000 euro alla volta, in un caso 50.000 euro in una botta. Cifre che però non assomigliano nemmeno lontanamente alla montagna di contanti scoperti dietro al muro e che quindi non ne ‘giustificherebbero’ il possesso, ipotizzando che Greco potesse aver bisogno di liquidi ‘in nero’ per sottostare alle richieste estorsive.

Nelle scorse ore si è svolta l’udienza del Riesame che ha confermato la misura degli arresti in carcere. Greco, detenuto a Secondigliano, difeso dagli avvocati Vincenzo Maiello e Michele Riggi, ha respinto tutte le accuse. La tesi difensiva è che siamo di fronte a un uomo rispettabile e costretto a subire vessazioni e accomodamenti per poter fare impresa su un territorio difficile e dissanguato dal racket delle cosche. La Procura la pensa diversamente ed accusa Greco di aver partecipato, con la sua intermediazione compiuta grazie al prestigio e alla fama che ricopre sul territorio stabiese, a due vere e proprie estorsioni: una al titolare di un supermercato per costringerlo ad assumere un parente del boss Paolo Carolei, ed un’altra al proprietario di un burrificio che aveva subìto il furto di due autocarri di prodotti caseari ed era dovuto scendere a patti con esponenti del clan Afeltra. Il pm ha depositato nuovi verbali su questi punti. Uno dei quali è del titolare di un supermercato a via Carrese. È il punto vendita contro il quale fu fatta esplodere una bomba. L’intimidazione avvenne il 22 febbraio 2015. La vittima è stata sentita dal pm l’11 dicembre scorso. Ha raccontato che all’epoca alcuni ragazzi, emissari del capoclan Luigi Di Martino, gli facevano arrivare messaggi sinistri: “Sapevano le mie abitudini, le strade che percorrevo. Mi fecero comprendere che ero pedinato”. Poi ha aggiunto: “Adolfo Greco mi invitava a cercare un accordo con Di Martino, parlandogli, ed io gli risposi: ‘io lo so che cosa vuole fare, vuole i soldi dell’estorsione’. Mi confidai con Greco perché lo reputavo una persona saggia, ma invero oggi mi appare un fesso perché non doveva avere rapporti con certe persone”. L’uomo oggi non è più a Castellammare. “Abbiamo trasferito la nostra sede a Napoli e mi auguro che anche mia madre e i miei figli lascino il centro stabiese così staremo tutti più tranquilli”.

Ci sarà battaglia anche al Riesame per la conferma o la revoca del sequestro dei quasi tre milioni in contanti, che la difesa di Greco ritiene di poter giustificare grazie ai notevoli guadagni delle imprese del suo gruppo. Gli inquirenti sono sicuri che Greco pagasse la camorra. Ma quei soldi sono troppi. E forse servivano ad altro, a una maxi tangente su chissà quale affare. O forse era solo un modo per sfuggire alle pretese del Fisco.

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