“In piedi da ore, sollevo una cesta dal nastro e me la metto davanti. Prendo il primo prodotto, lo scansiono e con una rotazione che a volte sfiora i 180 gradi lo metto a sinistra, in una delle dodici ceste che il computer mi indica. Prendo il prodotto successivo e obbedisco di nuovo al pc. Poi un altro ancora, veloce. La mente è svuotata, annullata dalla continua ripetizione degli stessi movimenti. Benché automatici, richiedono un’attenzione continua sulla singola azione. Se mi distraggo, metto i pezzi nella destinazione sbagliata e dovrò chiamare il problem solver”.

Inizia così il reportage esclusivo del giornalista Luigi Franco, che è riuscito a farsi assumere in incognito come lavoratore interinale al magazzino di Amazon di Castel San Giovanni (Piacenza), dove ha lavorato per quasi tre settimane, nel periodo di picco in vista del Black Friday e di Natale, prima di essere “scoperto” dai responsabili dell’azienda leader mondiale dell’e-commerce. Tra il Dio target, le botte di adrenalina e gli immaginari orwelliani, quali sono le condizioni dei lavoratori in Amazon? Il suo racconto si può leggere in esclusiva su Fq MillenniuM, il mensile diretto da Peter Gomez, nel numero attualmente in edicola.

Il giornalista racconta in presa diretta i pesanti ritmi di lavoro del magazzino che smista ogni genere di prodotto – dai libri ai sex toys – sotto il controllo di un algoritmo e di manager che sul pc hanno traccia in tempo reale delle prestazioni di ciascun lavoratore. E partecipa ai briefing motivazionali tesi ad aumentare la produttività. Con target che possono toccare i 360 pezzi smistati all’ora. “E’ come quando tempo fa giocavo a Candy Crush Saga”, sintetizza il cronista in incognito. Che sul posto ha raccolto le storie di diversi lavoratori e lavoratrici, molti dei quali finiti alla moderna catena di montaggio della logistica dopo aver perso precedenti impieghi o attività commerciali a causa delle crisi. Per molti, comunque, un posto fisso e uno stipendio che sono un’ancora di salvezza.

Proprio nel magazzino di Castel San Giovanni, un anno fa i sindacati hanno proclamato il primo sciopero in Italia contro Amazon, denunciando casi di lavoratori colpiti da stress, attacchi di panico e problemi all’apparato muscolo-scheletrico.

Intervistata da Fq MillenniUm, Francesca Benedetti, segretaria di Piacenza e Parma della Fisascat-Cisl, spiega che «molti dipendenti hanno problemi di salute, ma hanno paura a manifestarlo. In Amazon ci sono diverse attività che potrebbe svolgere un lavoratore con problemi fisici come alternativa all’inidoneità temporanea, ma spesso l’azienda preferisce “parcheggiare” in malattia il dipendente piuttosto che affidargli mansioni compatibili con l’attuale stato di salute». Accuse che da Amazon bollano come «prive di fondamento, è nostra prassi consolidata ricercare soluzioni alternative (cambio di postazione e mansione) in caso di temporanea inidoneità alla mansione specifica e di limitazioni della prestazione, previo parere del medico competente».

Ps. Nei commenti a questo articolo, diversi lettori ci hanno rivolto una critica di questo tenore: “Non avete scoperto niente, si lavora con quei ritmi o peggio in qualunque fabbrica, ma siete giornalisti, che ne sapete del lavoro in fabbrica?”. Qui la replica della redazione.

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