Chi scrive questa rubrica non è un accanito fan di Matteo Renzi. E tra i meriti di Marco Minniti vi è quello di non essere un professionista del bla bla bla. Conserva ancora un certo pudore a parlare a vanvera e si vede che tenta in tutti i modi di dire dopo averci pensato. Fa dunque un effetto strano che egli abbia rinunciato a proseguire nella candidatura a segretario del Pd dopo aver scoperto che Renzi non l’avrebbe accompagnato nella corsa e che, anzi, gli avrebbe messo il bastone fra le ruote costruendosi un partito tutto suo. Perché Minniti era stato chiaro: la sua candidatura nasceva per dare un futuro al Pd, per salvarlo dai personalismi e dall’odio, per offrirgli la possibilità di tornare presto al governo esercitando un’opposizione dura e illustrando un’alternativa chiara.

Un partito esiste e resiste a dispetto delle persone che lo animano. Un partito vale più del destino del singolo, proprio come dieci giorni fa diceva Minniti. E se lo diceva dobbiamo immaginare che non fingesse. E se non fingeva perché poi, scoprendo che il suo potenziale supporter non era con lui e magari neanche più nel partito, ha cambiato idea? La revoca della disponibilità a candidarsi invece che offrire il senso di una misura, di un limite, ha il sapore amaro della fuga dalle responsabilità, della retromarcia davanti a un insuccesso possibile. Ma la politica è passione, abbiamo detto. E allora non si corre solo per vincere la gara. Si può persino accettare di perdere se si vuol bene alla ditta.

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