Il naufragio di un’imbarcazione di migranti al largo delle coste libiche ha provocato la morte di almeno 14 migranti. Due corpi sono stati recuperati dalle autorità libiche, mentre almeno altri 12 sono stati gettati in mare. Dieci le persone sopravvissute sul barcone di legno, ritrovato nelle acque davanti a Misurata. L’imbarcazione è rimasta alla deriva per giorni e i migranti scampati alla tragedia, spiega il portavoce delle forze di sicurezza Hisham Aldwaini, erano privi di acqua e cibo.

Un’altra tragedia si è verificata al confine tra Turchia e Grecia. I corpi di tre migranti, morti probabilmente di assideramento, sono stati ritrovati in tre villaggi della provincia turca di Dirne: Serem, Akcadam e Adasarhanli. Almeno uno di loro, un cittadino afghano, avrebbe perso la vita dopo essere stato respinto con la forza dalla polizia di frontiera greca, secondo quanto riferito da un suo connazionale, citato dai media turchi.

Il testimone, identificato come il 29enne Jamalvddin Malangi, ha raccontato di aver attraversato con una delle vittime il fiume Evros, confine naturale tra i due Paesi. Dopo essersi recati in un villaggio di frontiera per chiedere aiuto, i migranti sarebbero stati fermati dalla polizia greca e rimandati indietro su un barca sullo stesso fiume, secondo la denuncia. Una pratica che sarebbe illegale e in violazione dei diritti dei migranti, anche se senza regolari documenti.

I media turchi hanno denunciato lo scorso anno circa 4mila casi analoghi, ma le autorità di Atene negano le accuse. La frontiera terrestre tra Turchia e Grecia è da tempo al centro di una delle maggiori rotte di migranti provenienti da est verso l’Europa. Nei primi dieci mesi di quest’anno, Ankara ha fermato 59.675 persone che cercavano di attraversare il confine senza i necessari documenti. Si tratta per lo più di afghani, pakistani, siriani e iracheni.