Alcuni sostengono che la corsa continui, e la notizia che per la prima volta dal 2002 Microsoft (anche se solo per alcune ore) ha superato la capitalizzazione di borsa di Apple ha risvegliato vecchi ardori, ha rinfrescato il gusto di vecchie battaglie. Ma non è così. Oggi il denaro, i profitti, gli investimenti e gli uomini non vanno più a braccetto con le idee, le innovazioni, e non sono più l’espressione di opposte filosofie di vita e di impresa. Apple certamente – nonostante l’altalena delle borse – è più grossa e più influente di Microsoft, ma le due aziende nordamericane non sono più in competizione tra loro: sono diventate altra cosa rispetto a ciò che erano ai tempi di Steve Jobs e di Bill Gates.

La storia ci ha tramandato la battaglia tra il nerd occhialuto, Bill Gates, e l’hippy sognatore, Steve Jobs. Lo scontro anche duro, esplicito, tra il brutto, ma inizialmente vincente, uomo di Seattle vs il beautiful loser senza famiglia californiano. La lotta tra due aziende, una orientata al business, tutta soft, nessun hard, poco fantasiosa, innovativa dentro – un po’ meno fuori -, accordi coi potenti, teorica e pratica di una diffusione graduale delle nuove tecnologie, più al passo dei profitti. L’altra, una pazzia, un sogno che faticava a diventare realtà, un’azienda consapevolmente rivoluzionaria, un’impresa che si era proposta di spezzare le logiche della produzione industriale nel settore a maggiore velocità di innovazione del momento. Una contro l’altra. Finalmente gli esiti, inimmaginabili. La caduta e poi l’ascesa, fino alla consacrazione di Steve Jobs. La lotta senza quartiere, l’amicizia e il rispetto reciproco dopo gli scontri. La morte di Jobs, nel momento di massimo successo di Apple, l’uscita di Gates da una Microsoft in fase calante, infine il suo incredibile impegno umanitario.

Allora ecco i successori: prima l’ultra-nerd Steve Ballmer, ora l’indiano Satya Nadella alla guida della compagnia di Redmond. Tim Cook a capo dell’azienda di Cupertino. Altre facce, altra musica, altre aziende. È fuori di dubbio che la sfida che contava, quella tra i giganti degli anni ruggenti della computer age è stata vinta una volta per sempre da Apple. Ma Microsoft e Gates non hanno perso. Il mondo è cambiato grazie a uomini come Gates e Jobs. Vecchi equilibri, ricchezze consolidate, idee e prodotti di successo sono stati spazzati via, travolti da uno scontro ad alto rischio nel quale alla fine ha vinto chi ha innovato di più, chi ha voluto cambiare più radicalmente le regole.

Uno scontro con lo sguardo rivolto al futuro, per costruire ciò che non c’era, una battaglia senza perdenti, dove tutti i “buoni” hanno vinto. Dove ha vinto soprattutto l’umanità, che ha potuto disporre nel correre di pochissimi anni di mezzi e strumenti inimmaginabili prima. Pensiamo al settore automobilistico: in confronto sembrano i Flintstones, in 50 anni è cambiato così poco. Ah, se solo un decimo della cultura dell’innovazione che ha ispirato i settori delle telecomunicazioni e dei computer fosse stata fatta propria dall’industria automobilistica, che invece ha pensato bene di utilizzare la tecnologia e l’innovazione per truccare i dati sull’inquinamento!

A noi, come italiani spettatori di questo scontro, resta peraltro un po’ di amaro in bocca: quello che hanno tutti quelli che non riescono a essere protagonisti del mondo in cui vivono. Voyeur delle abilità altrui. Ma sarebbe stato proprio impossibile avere nel nostro Paese uomini come Jobs o Gates, imprese che si sfidano nel nome dell’innovazione e vincono e cambiano il mondo? Non eravamo noi una volta quelli che insegnavano al mondo la strada delle novità, del cambiamento, del progresso?

Bando alle ciance, bando alle nostalgie, in barba ai numeri della Borsa. La realtà è che ora sia Apple che Microsoft dovranno darsi una regolata, se vogliono riprendere la strada dell’innovazione e del progresso. Nadella è stato senz’altro molto bravo, ma ha solo salvato Microsoft e l’ha fatto rinunciando all’innovazione di prodotto, puntando sui servizi e i profitti di breve periodo.

Se intende veramente rilanciare Redmond, dovrà reimmettersi su una strada che magari a breve potrà dare meno profitti, ma che sia in grado di restituire a Microsoft un’anima precisa, che le eviti di fare la fine di Ibm e di molte altre aziende, discreti portatori d’acqua e di dividendi ai propri azionisti, ma definitivamente a rimorchio della storia. Apple non da meno, esauriti i gadget e le idee tirati fuori dal cassetto del vecchio Steve, con un sano bagno di umiltà – magari smettendola di specchiarsi in se stessa come fosse sempre la più bella del reame – abbandonerà la strada del lifting permanente al vecchio catalogo, per introdurre finalmente autentici nuovi prodotti, a meno che non intenda tornare a “vendere acqua zuccherata” per il resto della sua vita. Le borse sono menzognere e non dicono nulla del futuro, che al contrario è l’unica dimensione per cui gli uomini vivono.