Siete soddisfatti dei servizi digitali al cittadino offerti dalla Pubblica Amministrazione? La domanda sorge spontanea, alla luce della relazione eGovernment Benchmark 2018 pubblicata dalla Commissione Europea. I risultati sono in chiaroscuro, con un bilancio globale che vede un “costante miglioramento della centralità dell’utente e della facilità di utilizzo dei servizi pubblici digitali”. Ma non tutti i paesi sono all’altezza delle aspettative.

I fiori all’occhiello del Vecchio Continente sono Malta, Austria, Svezia, Finlandia, Paesi Bassi, Estonia, Lituania, Lettonia, Portogallo, Danimarca e Norvegia. Tutti Stati che stanno offrendo servizi digitali di alta qualità con un punteggio superiore alla media su eventi importanti della vita quotidiana come muoversi, trovare o perdere un lavoro, avviare un’impresa o studiare. Se però si vanno a guardare i siti di tutti i 28 componenti dell’UE, si scopre che “meno del 10% dei 3500 siti Web pubblici europei analizzati ha superato i test di base eseguiti“.

L’Italia in tutto questo come si classifica? Promosso PagoPA, il sistema centralizzato che permette agli italiani di pagare le tasse, le rette universitarie e i buoni pasto scolastici, le multe e l’imposta sui rifiuti municipali, oltre a molti altri servizi. Supporta carte di credito e Bancomat, PayPal, Satispay, Masterpass e Jiffy. Inoltre permette di salvare le preferenze di pagamento. L’apprezzamento è dovuto al fatto che PagoPA consente di gestire i pagamenti in modo centralizzato, offre la funzione di riconciliazione automatica, riduce i costi di transazione e di gestione.

Apprezzabile anche l’ANPR (Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente), che si propone di unificare a livello centralizzato i registri dei 7978 comuni italiani e i dati demografici di tutti i cittadini italiani, compresi quelli residenti all’estero. Fino ad oggi i comuni subentrati in ANPR sono 1100. Quando funzionerà a pieno regime, la piattaforma ANPR elaborerà i cambiamenti di residenza in tempo reale, senza necessità di notifica né ad altri comuni né ad enti quali la Motorizzazione Civile, l’INPS e l’ISTAT (Ufficio delle statistiche nazionali).

Passando però ai progressi Paese per Paese, il punteggio medio dei quattro benchmark di livello superiore vede l’Italia sotto alla media europea. Per chiarezza, i quattro benchmark sono relativi a “user-centricity“, ossia quanto le informazioni e i servizi pubblici online sono veloci e facili da usare, la trasparenza delle operazioni effettuate dalle autorità governative, delle procedure di erogazione dei servizi e del livello di controllo degli utenti sui loro dati personali. Si conteggia poi la mobilità transfrontaliera, ossia la misura in cui le persone possono utilizzare i servizi pubblici al di fuori del loro paese, e la disponibilità di abilitatori chiave, come i documenti d’identità elettronici, la burocrazia smaterializzata (eDocuments) e le soluzioni di autenticazione.

A fronte di una media complessiva europea del 55%, l’Italia ha totalizzato il 45%. I paesi del Nord Europa come la Norvegia (78%) fanno da capofila, ma anche la Francia (67%) e l’Austria (84%) se la sono cavata bene. Fra i Paesi confinanti, hanno fatto peggio di noi la Svizzera (39%) – che comunque non fa parte della UE – e la Germania (30%), ma non dev’essere una consolazione.

Le opportunità di miglioramento non mancano, se si tiene conto della disponibilità online rispetto ai fattori abilitanti chiave. In altre parole, se la disponibilità è relativamente alta ma i fattori chiave abilitanti hanno punteggi bassi, il margine di miglioramento può essere notevole. La media per tutti i paesi UE per la disponibilità online è del 92%, quella per gli abilitatori chiave è del 41%. Ovviamente l’ottimo sarebbe il 100% in entrambi i parametri. L’Italia ha una disponibilità online valutata per il 91%, mentre gli abilitatori chiave hanno un punteggio dello 0%. Morale: abbiamo molto da lavorare, ma se ci impegnano possiamo migliorare molto.

Non vanno meglio le valutazioni nell’ambito della penetrazione, ossia in che misura gli utenti fanno uso dei servizi online della Pubblica Amministrazione. Considerato che la disponibilità dei servizi online è aumentata, la Commissione ha valutato se l’uso dei servizi digitali sia cresciuto di pari passo. In Italia la risposta è no. La media europea è del 53%, noi siamo fanalino di coda della classifica con una percentuale inferiore al 30%, insieme a Grecia e Repubblica Ceca. Insomma, facciamo parte dei 12 Paesi europei in cui l’eGovernment non è consolidato, ossia in cui bisogna incoraggiare cittadini e imprese a utilizzare le soluzioni di eGovernment. Considerato che il nostro livello di digitalizzazione è vicino alla media europea, dovrebbe essere sufficiente (si fa per dire) alzare la penetrazione.

È tutto fuorché facile, perché la penetrazione è legata a doppio filo con le competenze digitali all’interno di un paese. Di tutta l’Europa, sono quattro i Paesi che hanno un livello di competenze digitali valutato “basso”: Romania, Bulgaria, Grecia e Italia.

Se credete che la ramanzina sia finita vi sbagliate, perché la Commissione sottolinea anche che, “nonostante il livello più basso di competenze digitali, la Romania sta sovraperformando con alti livelli di penetrazione. Al contrario, l’Italia è sottoperformante: considerando il suo livello di abilità digitale, ci si aspettava una penetrazione maggiore”. Non resta che sperare che il prossimo anno vada meglio.

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