Negli anni successivi alla crisi economica del 2008, si è assistito alla formazione graduale e alla crescita dei cosiddetti partiti populisti. La presenza di queste nuove formazioni si è poi intensificata, soprattutto dopo la crisi migratoria che ha colpito soprattutto Italia e Grecia. Oggi, secondo una ricerca condotta dal Guardian con l’ausilio di una squadra formata da 30 politologi, il 25% degli aventi diritto al voto in Europa è pronto a dare la sua preferenza a una di queste formazioni. Ma la diffusione di questi partiti in diversi Paesi europei risale agli anni Novanta: dal 1998 a oggi, in venti anni, i voti in favore di queste formazioni si sono più che triplicati, portandole a entrare nelle coalizioni di governo di 11 Paesi europei.

Dopo aver definito cosa si intenda per partito populista (tutte quelle formazioni che tendono a “dividere la popolazione tra le masse definite virtuose e le élite corrotte”), facendo una distinzione tra quelli di destra, di sinistra e quelli non collocabili su quest’asse politico, il team di esperti guidato dal docente di Sociologia Politica all’Università di Amsterdam, Matthijs Rooduijn, ha studiato la loro evoluzione analizzando i risultati elettorali degli ultimi 20 anni in 31 Paesi europei. La crescita è costante e può essere divisa per aree geografiche. I primi successi elettorali sono arrivati proprio in Europa occidentale: il primo esempio di formazione populista può essere il Partito della Libertà austriaco, fondato nel 1956 da ex sostenitori del nazionalsocialismo tedesco, che nel 1994 ottenne il 20% delle preferenze alle elezioni, continuando a crescere fino a far parte, oggi, della coalizione di governo con il Partito Popolare. Successivamente, altre formazioni populiste si sono diffuse in Svizzera, Norvegia, Italia e Francia.

È con il nuovo millennio, però, che i movimenti populisti, sia di destra che di sinistra, si espandono a macchia d’olio o attirano maggiori consensi nei Paesi Bassi, in Francia, in Gran Bretagna, fino a sbocciare anche nell’Europa dell’est. La crisi e le conseguenti politiche di austerità e, successivamente, l’emergenza migratoria iniziata nel 2014-15 hanno portato alla definitiva consacrazione dei partiti populisti un po’ in tutta Europa, anche nella più grande potenza economica del vecchio continente: la Germania. Basta pensare all’attuale situazione italiana, con un governo a doppia guida populista, o alla vittoria di Syriza alle elezioni del 2015 in Grecia, oppure all’exploit del Front National di Marine Le Pen, alla rapida ascesa di Alternative für Deutschland, ai risultati dei Democratici Svedesi o di Podemos in Spagna e ai governi nazionalisti in Polonia e Ungheria. In soli 20 anni, dal 1998 al 2018, rivela la ricerca, si è passati dall’avere 12,5 milioni di europei che vivevano in un Paese in cui almeno un membro del governo apparteneva a un partito populista a 170 milioni.

I motivi di questa incredibile ascesa sono di due tipi, secondo gli esperti che hanno condotto la ricerca: uno legato alla situazione economica, sociale e politica e l’altro legato alle capacità comunicative dimostrate da questi movimenti. Il crollo finanziario del 2008, il disagio sociale che ne è conseguito e, successivamente, la crisi migratoria hanno posto le basi creando un crescente malcontento nella popolazione. Mentre ad aiutare i movimenti populisti di sinistra sono state le tematiche economiche, l’emergenza immigrazione ha dato una grande spinta alle formazioni neonazionaliste e xenofobe. Rintracciato il malcontento, poi, questi movimenti sono stati più abili, facilitati anche dall’incapacità di offrire risposte concrete dei partiti tradizionali, considerati i veri responsabili della situazione odierna, a giocare la propria partita sul piano comunicativo. La strategia usata è quella della polarizzazione tra noi, vittime del sistema, e loro, i politici e le élite corrotte al potere. E questo sentimento si è potuto poi diffondere con maggiore facilità grazie ai social media “molto permeabili alla facile diffusione delle emozioni”.

Se, in generale, i partiti e movimenti populisti di qualsiasi orientamento politico stanno continuando a crescere in Europa, in alcuni Paesi sembra comunque cominciare il processo inverso, ossia la loro parabola discendente. A partire dalla Gran Bretagna che, sospinta anche dalle formazioni come Ukip, nel 2016 ha votato per l’uscita dall’Unione europea. Oggi, il partito salito nei consensi con la guida di Nigel Farage ha perso oltre 3 milioni di voti e tutti i suoi rappresentanti in Parlamento. Caduta altrettanto rovinosa è quella di Syriza che nel 2015 ha vinto le elezioni mettendosi a capo di una coalizione anti-austerity, ma che oggi è relegata sotto il 20%, a dieci punti di distacco nei sondaggi da Neo Demokratia. Altri cali, anche se più lievi, si sono registrati anche tra i Veri Finlandesi, che si sono spaccati perdendo circa la metà dei consensi, e nel Partito Popolare danese.

Twitter: @GianniRosini