Ndjali Baudouin è un operatore sociale, è originario della Repubblica democratica del Congo e lavora nel Centro di accoglienza straordinaria di via Corelli, a Milano. Ma potrà farlo ancora per poco. Su indicazione del ministero dell’Interno il Cas di via Corelli sarà presto trasformato in un Cpr, cioè in un Centro di permanenza per il rimpatrio rivolto a chi non ha diritto a rimanere sul suolo italiano. E Baudouin, insieme a oltre 70 colleghi, perderà il lavoro. Doveva succedere già il 15 novembre, ma all’ultimo la chiusura del Centro è stata prorogata di un altro mese. Per l’occasione è stato organizzato un presidio davanti al Pirellone per chiedere alla Regione rassicurazioni sul futuro dei dipendenti. Alla protesta hanno partecipato anche i promotori della campagna No Cpr, impegnati nel dire no “ai nuovi lager voluti dai recenti governi”.

“La nostra è una struttura che funziona, tutti gli ospiti partecipano a progetti di integrazione veri. C’è chi sta imparando la lingua italiana, chi frequenta corsi professionali o vuole prendere la licenza media, chi si sta già inserendo nel mondo del lavoro”, spiega Baudouin, che nel Centro è anche delegato della Filcams Cgil. “Ora invece si vuole tornare indietro nel tempo, nel nuovo Cpr non si potrà fare più nulla. I detenuti, perché di questo si tratterà, saranno segregati e chiusi a chiave, abbandonati a se stessi”. Secondo alcuni, una situazione non nuova per via Corelli, che fino al 2013 ospitava un Cie (Centro di identificazione ed espulsione), chiuso a seguito di ripetuti incendi e manifestazioni di protesta e poi convertito in Cas. Baudouin lancia anche l’allarme sul Decreto sicurezza approvato al Senato e ora in discussione alla Camera. “Molti richiedenti asilo della struttura sono spariti. Non sappiamo dove si trovino. Hanno paura del clima che si sta creando nel Paese e non sono preparati psicologicamente a sopportare questa pressione mediatica”. Per gli altri ospiti, circa 380, è stato avviato un programma di ricollocamento su tutto il territorio milanese, coordinato dalla prefettura. “Siamo davvero dispiaciuti nel vedere andare via le tante famiglie con bambini di cui ci prendevamo cura fino a ieri”, aggiunge Carmelita, un’altra dipendente del Cas. “Non sappiamo che fine faranno. E non sappiamo nemmeno che fine faremo noi, dato che dall’azienda non è arrivata alcuna indicazione chiara”. Il centro di via Corelli è gestito dalla società francese Gepsa insieme all’associazione di Agrigento Acuarinto, ma la decisione sul futuro della struttura è tutta politica.

Una prima risposta è arrivata dal presidente della IV Commissione lavoro di Regione Lombardia Gianmarco Senna che, dopo tante richieste, ha deciso di accogliere una delegazione sindacale. “Il consigliere ci ha spiegato che la decisione sul Cpr non è di competenza della Regione”, hanno riferito i sindacalisti. “Per quanto riguarda i lavoratori, ha ipotizzato di mantenere nel nuovo Centro quelli assunti a tempo indeterminato, compatibilmente con le loro mansioni”. E i collaboratori a partita Iva? “Non lo considerano un loro problema”, concludono. “Noi invece chiediamo che le istituzioni si assumano la responsabilità politica di questa situazione. E che lo facciano prima della scadenza del 15 dicembre”.

Le tempistiche da rispettare sono quelle tracciate lo scorso 28 settembre dal vicepremier Matteo Salvini con un vertice alla Prefettura milanese. In quella sede il leader leghista aveva annunciato l’apertura del nuovo Centro di via Corelli “entro la fine dell’inverno”, con la promessa di ”triplicare il numero di centri per le espulsioni entro l’anno prossimo”. Una linea che Cgil Lombardia attacca duramente. “In tutta Italia i lavoratori impiegati nel sistema dell’accoglienza dei migranti sono oltre 36mila. Con il Dl sicurezza circa uno su cinque è a rischio”, spiega Daniele Gazzoli. “Solo nella nostra regione si parla di almeno 3mila persone che perderanno il posto. E si tratta di professionalità altamente specializzate: mediatori culturali e linguistici, psicologi, operatori sociali, fino agli addetti mensa e pulizie”. In questo modo, aggiunge il collega Elia Clemente, “si vanno a svuotare gli effetti generativi dell’accoglienza. Sicuramente c’è chi ha approfittato di questo settore, ma la soluzione dovrebbe essere quella di fare controlli più meticolosi. Ed è stato fatto solo a partire dall’inizio del 2018”, spiega. “Nel Decreto sicurezza, invece, non c’è neanche un passaggio in cui si parla di inclusione. Viene spazzato via tutto ciò che è stato fatto di buono negli ultimi anni e il caso di via Corelli è emblematico di questa tendenza”, conclude Clemente. “Così non si fa altro che cancellare dei posti di lavoro e lasciare sempre più gente per strada. Con tutti i rischi che ne conseguono”.