“A 13 anni sono stata vittima di violenza sessuale di gruppo”. Inizia così il racconto di Anna Maria Scarfò che sabato ha incontrato gli studenti dell’istituto “Piria” di Reggio Calabria. A loro ha descritto le angherie subite dal branco. Tre anni di stupri, minacce e violenze iniziate perché si è fidata di un ragazzo che diceva di amarla e di volersi fidanzarsi con lei.

Un giorno la invita a farsi un giro in auto e, con l’inganno, l’accompagna dai suoi complici che le fanno proposte “oscene”. Lei non ha la forza di ribellarsi a quei ragazzi da cui subisce di continuo abusi e stupri.

Alcuni sono sposati, altri sono vicini alle famiglie di ‘ndrangheta del territorio e girano con la pistola in tasca e la utilizzano per minacciarla di morte. Lei ha paura e, prima ancora di parlarne con la famiglia, si rivolge al prete del paese, don Antonio Scordo. Il parroco non fa nulla, la invita al pentimento e, quando viene chiamato in un’aula di Tribunale, in sostanza difende i ragazzi del branco. Viene accusato di falsa testimonianza e nel 2016 la Cassazione conferma la sua condanna a un anno di carcere con pena sospesa.

Poche settimane prima, la Suprema Corte aveva confermato la sentenza di condanna anche per il branco. Per le violenze subite da Anna Maria, la Corte D’Appello di Reggio Calabria aveva inflitto 7 anni di carcere ad Antonio Cutrupi, Maurizio Hanoman, Giuseppe Chirico, Antonio Cianci. La pena più pesante è quella rimediata da Fabio Piccolo: 7 anni e 8 mesi di reclusione.

Fino ad allora, Anna Maria non era creduta nemmeno dai suoi compaesani. Tutta  San Martino di Taurianova, infatti, erano a conoscenza delle violenze. don Antonio Scordo e una suora non hanno fatto nulla per aiutare la ragazzina che si era recata in chiesa per avere almeno una parola di conforto.

“Mi hanno rubato la mia adolescenza” sono le parole che Anna Maria ha rivolto agli studenti delle scuole superiori descrivendo il rientro a casa dopo il primo abuso subito dal branco: “Io sono morta quella notte – dice – sono rimasta su quel tavolo. Il mio cuore batteva ma non perché avevo voglia di vivere. La sera sono arrivata a casa e avevo solo dolori. Mi sono vista il corpo e le gambe piene di sangue. Non avevo detto nulla alla mia famiglia perché avevano minacciato che mi ammazzavano. La mattina dopo sono andata in chiesa, dal parroco e ho raccontato quello che mi era successo. Purtroppo la chiesa ha preferito l’omertà. Il prete mi ha detto che avevo capito male e mi ha detto che mi assolve. Io non avevo peccato. Il paese sapeva ma si è schierato contro di me. Perché io ero diventata la puttanella che va con gli uomini sposati. Loro erano mafiosi per cui, per il paese, avevano ragione”.

Oggi trentaduenne e dopo un lungo periodo nel programma di protezione testimoni, Anna Maria ricorda quegli anni e piange ripensando alle violenze ricevute: “Il capo branco ha deciso che io dovevo essere merce di scambio. Con me, lui si scambiava i favori. Venivo prostituita, minacciata, picchiata. Ho avuto della benzina addosso”.

Dopo tre anni di abusi, il branco aveva deciso che voleva anche la sorella di Anna Maria ma lei si oppose. Andò dai carabinieri a denunciare tutti. Iniziarono, quindi, le ritorsioni: “Ho subito violenza psicologica, minacce, insulti. Mi hanno ucciso un cane. Mi hanno bruciato la porta di casa. Sono stata picchiata e hanno cercato di corrompermi attraverso la ‘ndrangheta. Sono venuti i mafiosi a casa, mi hanno portato del denaro ma non c’è prezzo perché loro si sono rubati il corpo ma non la mia dignità. Oggi dopo 18 anni ho avuto giustizia. Loro sono tutti in carcere. Piano piano mi sto riprendendo la mia vita. Lì fuori c’è un mondo che io non conosco. E ho paura perché non so se mi accettano o se ancora si ragioni in quel modo, che quando passo mi dicono: ‘Vai via’”.

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