Nel 1993, al Palazzo Reale di Milano, fu esposta una mostra dal titolo Esistere come donna. All’ingresso due oggetti ad accogliere: una cintura di castità e una mordacchia, detta anche “briglie delle comari”, conservata solitamente al Museo criminale di Roma. Visitai la mostra con mia madre e ho vivissima l’emozione di sgomento e annichilimento che mi lasciò la vista del secondo oggetto, più che del primo. Raccapriccianti, certamente, le conseguenze della cintura, perché le donne sottoposte a questa tortura potevano anche morire per infezioni, dovute all’impossibilità di lavarsi, o per setticemia, perché il ferro con il quale era costruita tagliava la carne e provocava piaghe.

Eppure, alla giovane me di allora, ricordo che turbò molto di più la gabbia che imprigionava il volto, la mordacchia appunto, un’architettura crudele e maligna che aveva il compito di bloccare la bocca, per impedire alla donna di parlare. Quel ricordo lontanissimo si è rievocato vivido quando ho iniziato a leggere Vox di Christina Dalcherappena uscito per l’editore Nord, una delle poche case editrici che in Italia sono attente alla produzione di fantascienza e fantasy anche di autrici. Appare subito chiara la felice scelta di pubblicare il testo con un tempismo magico: ora che – grazie alla serie tv tratta dal libro della Atwood Il racconto dell’ancella – finalmente quel libro sta avendo l’attenzione che merita dopo due generazioni di femministe, Vox può considerarsi un’evoluzione della visione della grande autrice canadese, tragicamente realizzatasi nella criminale pratica dei fondamentalisti islamici dell’Isis.

Mentre però ne Il racconto la sottomissione dell’intero genere femminile è palese – con la costruzione di campi di lavoro e sterminio per le oppositrici, con la definizione netta dello status di schiave sessuali per le giovani feconde, distinte sia dalle mogli ufficiali sia dalle guardiane della moralità di entrambe – in Vox la violenza dell’apartheid di genere è subdola e per questo micidialeLe donne risultano, in apparenza, ancora libere: vivono nel confortevole spazio domestico con la loro famiglia, continuano a uscire da sole, nessuna ronda armata è nelle strade, niente pubbliche esecuzioni. Unica, piccola differenza tra uomini e donne è un braccialetto al polso (in realtà un contatore) che scandisce i numeri fino a cento. Perché è questo il numero di parole che le donne possono pronunciare ogni giorno, qualunque età abbiano. La loro voce è contingentata in cento emissioni: fuori da quel numero c’è, per ogni parola in più, una scarica elettrica di intensità progressiva.

Vox

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Il dispositivo è perfetto, perché sostituisce più subdolamente l’apparato repressivo palese della dittatura platealmente violenta. Le donne, si sa, chiacchierano anche troppo, sono meno capaci di fare gruppo, hanno poca dimestichezza con il potere al di fuori dell’ambito delle relazioni affettive e quindi non è necessario organizzare prigioni, fare retate per imprigionare chi si oppone, perché per tenerle in riga sono sufficienti gli uomini della famiglia, i padri, i mariti, i figli maschi.

Il libro ha l’andamento narrativo del thriller e quindi non svelerò di più della trama. Ma è importante anticipare che il nostro Paese, dove il concetto di “regina della casa” non è mai davvero tramontato, ha un posto non secondario, pur essendo l’autrice nata negli Stati Uniti, nei quali si svolge l’azione del racconto distopico.  

A oltre 30 anni dall’uscita de Il racconto dell’ancella, il lavoro di Christina Dalcher punta dritto a rendere visibile il rischio (non remoto) nell’Occidente: per mettere le lancette della storia umana indietro e riportare l’ordine patriarcale anche laddove l’uguaglianza appare scontata non è necessario far scorrere il sangue. Basta ridurre (quasi) al silenzio le donne, cancellando i diritti universali, usando la famiglia nella sua versione fondamentalista, perché essa è una cella perfetta. Vi ricorda qualcosa?

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