L’ultimo inciampo è emerso sabato sera, quando Luigi Di Maio ha spiegato su facebook che nel testo finale del decreto fiscale è rimasto un riferimento alla possibilità di regolarizzare anche attività finanziarie e immobili detenuti all’estero e oggetto di processi verbali di constatazione. “E poi dicono che non mi devo incazzare!”, il commento del vicepremier, che riporta il testo di un’agenzia sulla “dimenticanza” rimasta nell’articolo 1 del testo pubblicato in Gazzetta ufficiale e garantisce: “Ovviamente in Parlamento modificheremo il testo”. Stavolta non viene evocata nessuna “manina”: solo un errore che, riporta PublicPolicy, “fonti del ministero dell’Economia assicurano” sarà sanato nel corso del passaggio parlamentare.

Intanto dalla relazione tecnica e dalle tabelle allegate al testo emerge il quadro degli effetti finanziari di rottamazione ter, stralcio delle microcartelle, definizioni agevolate e dichiarazione integrativa speciale. E delle coperture, che per quel che resta del 2018 saranno in gran parte a carico dei ministeri. Primo fra tutti quello dell’Economia, a seguire il Miur e il dicastero del Lavoro guidato dallo stesso Di Maio.

Il punto di partenza è che, come emerso già dal Documento programmatico di bilancio inviato alla Commissione europea, il decreto con il discusso condono sui soldi non dichiarati al fisco (pur con il limite di 100mila euro per anno di imposta) porterà a conti fatti praticamente nessun vantaggio alle casse pubbliche. Anzi: mini condono, rottamazione, sconti su liti pendenti, stralcio dei debiti fino a mille euro e le altre disposizioni di “pacificazione fiscale” comportano, come risulta dalla tabella finale, un aumento del saldo netto da finanziare e dell’indebitamento netto della Pa, cioè il deficit su cui si basano le valutazioni della Commissione europea. Stando all’articolo 26 del decreto, i maggiori oneri ammontano a 1,3 miliardi nel 2018, 462,5 milioni nel 2019, 1,8 miliardi nel 2020, 2,5 nel 2021, 2,4 nel 2022 e 2023. In termini di indebitamento netto, gli oneri salgono a 1,7 miliardi nel 2018, 481 milioni nel 2019, 2,6 miliardi nel 2020, 3,4 nel 2021 e 2022, 3,5 miliardi nel 2023. 

Per compensare gli effetti negativi sul bilancio segue una lunga lista di tagli. Si parte dai ministeri, con una sforbiciata di qui a fine anno di 589,3 milioni, che in termini di indebitamento ne “valgono” 818. Il più colpito è il Tesoro, che dovrà fare i conti con riduzioni delle dotazioni finanziarie per un totale di 469,7 milioni: il grosso (360 milioni) arriverà da un taglio dei fondi da ripartire, quelli cioè non ancora assegnati, ma verrà anche ridotto di 50 milioni lo stanziamento per il programma sostegno a pensionati di guerra e perseguitati politici e razziali, e di 28 milioni quello relativo alla partecipazione italiana alle politiche di bilancio in ambito Ue. Il ministero del Lavoro che deve progettare l’avvio del reddito di cittadinanza si vede ridurre di 19 milioni i fondi per “coordinamento e integrazione delle politiche del lavoro e delle politiche sociali, innovazione e coordinamento amministrativo” e di 5 milioni lo stanziamento per il terzo settore.

Meno soldi anche per il Miur: 29 milioni in meno, di cui 15 per sistema universitario e istruzione post-universitaria e 14 per l’istruzione scolastica, in particolare per il primo ciclo (8 milioni in meno). Seguono il ministero dell’Interno con 17,2 milioni in meno, quello della Giustizia con tagli per 11 milioni di cui 6 per il programma Giustizia civile e penale, quello degli esteri con 7,6 milioni in meno di cui 5 tagliati alla cooperazione allo sviluppo.

Altri 150 milioni arriveranno dalle multe comminate dall’Antitrust (soldi che in base alla legge andrebbero destinati a iniziative a vantaggio dei consumatori), 70 milioni dai proventi delle aste delle quote di emissione di Co2, 20 milioni dal contributo italiano alle Nazioni Unite, altri 20 dalle somme stanziate per l’affitto del termovalorizzatore di Acerra, ben 300 milioni dal Fondo per le esigenze indifferibili e altrettanti dalla riduzione del Fondo per lo sviluppo e la coesione relativo alla programmazione 2014-2020. Nelle scorse settimane il governo ha chiesto alla Commissione Ue di poter ridurre il cofinanziamento nazionale ai Programmi operativi sostenuti dai fondi europei, ufficialmente per ridurre i rischi di disimpegno automatico per le amministrazioni che non avranno raggiunto il target intermedio di spesa.