Luca Ricolfi, nel suo pezzo su Il Messaggero del 27 ottobre Solo il ritorno dello Stato può spegnere le nostre paure, si domanda cosa potrebbe fare il ministro dell’Interno per impedire il ripetersi di casi alla Desireé, visto & considerato che eventi di tale gravità, ma anche di meno gravi come nei troppi casi di tentato femminicidio, tormentano da anni la nostra quotidianità.

Se il titolo del suddetto pezzo appare ottimistico, pessimistici sono gli aspetti che Ricolfi enumera come cause e concause delle situazione in cui quest’ex bel paesino versa. A partire dalla generalizzata e sistematica violazione delle norme non solo da parte dei trasgressori, ma anche delle potenziali vittime dello sfaldamento del dna culturale nostrano. Un processo inarrestabile in cui oltre all’orgoglio del singolo – “infrango le regole perché sono ingiuste e perché così mi va” – si aggiungono opportunismi vari, la codardia dello Stato, l’acquiescenza delle forze dell’ordine e l’imperversante cultura “finto-progressista” che, a differenza di Ricolfi, definirei tout court progressista e/o radical chic, la quale – dall’alto delle torri d’avorio in cui si preserva – ha scarse o superficiali probabilità di sperimentare cosa significhi vivere in quartieri degradati, come quelli in cui si concentrano le diverse e differenti criminalità, con specifico riferimento a quelle d’importazione.

Trasgressioni “lievi”, come drogarsi alla luce del sole o reati come il furto e lo spaccio, vengono viste come conseguenza della povertà e della disuguaglianza. Il tutto puntualmente suffragato dall’approccio politicamente corretto: “La politica, una buona politica, dovrebbe prendere in carico le paure degli italiani e dimostrarne l’infondatezza” ebbe a dichiarare Livia Turco, co-firmataria della legge sull’immigrazione Turco-Napolitano. Paure che invece “sono fondatissime – precisa Ricolfi – verso la criminalità degli immigrati come verso quella degli italiani”.

Concausa di quel che sta avvenendo e che per un bel pezzo continuerà ad accadere, risiede nell’aver privilegiato da parte di tutti – polizia, magistratura, servizi sociali, sindacati, circoli culturali & via enumerando – la figura di Caino a tutto discapito di quella di Abele. Un atteggiamento diventato luogo comune, che prese le mosse nel ’68 della sociologica Università di Trento – e chi scrive se ne assume piena responsabilità – nella misura in cui fu proprio il sottoscritto a sostenere (assieme alla denuncia delle deprecabili condizioni in cui allora versavano le prigioni italiote) che se si voleva fare la rivoluzione, una parte non irrilevante di quest’ultima doveva essere affidata alla malavita, come di fatto poi avvenne, visto & considerato che il primo autista brigatista era trentino e faceva il contrabbandiere.

Da allora, esattamente mezzo secolo fa, ci fu una lenta ma inesorabile evoluzione della legge penale e della prassi giudiziaria, entrambe guidate da “un unico principio di fondo: rendere quasi impossibile scontare la pena in carcere. Un’idea astrattamente nobile che – come rileva Ricolfi – toglie allo Stato la sua arma più importante nella lotta al crimine: la cosiddetta incapacitazione”. Vale a dire l’impedimento da parte di chi ha commesso un reato di ripeterlo fino alla fine della sua detenzione.

A parte ciò, bisogna riconoscere che il ruolo di Caino oltre che da noi, si è affermato anche a livello planetario. Per rendersene conto basta guardare le serie tv e i film di grande audience, per lo più caratterizzati da eroi negativi dediti ai più svariati delitti sia da parte di criminali doc, che da membri di corpi speciali e d’élite – agenti del Fbi, della Cia & affini i quali, accumunati dalla ricerca di sempre nuove tecniche di soppressione e di tortura, mettono in risalto situazioni in cui l’Abele di turno finisce quasi sempre col soccombere al cospetto di Caini di varia estrazione e natura.

Tornando da noi, il fatto che la detenzione dei soggetti incriminati sia più virtuale che reale, giustifica le ricorrenti esclamazioni: “Tizio o Caio erano già stati segnalati per lo stesso reato ma dopo qualche giorno agli arresti domiciliari, sono stati rilasciati”. Ragion per cui “chi delinque matura un sentimento di impunità e onnipotenza, mentre e chi dovrebbe impedirgli di infrangere la legge matura un sentimento di impotenza e di frustrazione”, conclude Ricolfi, secondo il quale la precondizone per rimediare a questo stato di cose nel lungo, nel medio e soprattutto nel breve periodo, è necessario che lo Stato sia messo in condizione di tornare a fare lo Stato. Una conclusione ottimistica alla quale, per motivi di spazio, contrappongo un paio di semplici considerazioni.

La magistratura italiana, che gode di un’autonomia sconosciuta nel resto dell’Europa, impiega lustri prima di giungere a sentenze definitive relative ai reati di femminicidio. Lo affermo con sicurezza perché ho conosciuto due vittime di questo tipo di reato. La prima, una giovane designer di successo, si è vista costretta ad abbandonare la sua carriera e ancor oggi, a distanza di 30 anni dall’accaduto, non ha ricevuto alcun risarcimento dal responsabile della sua rovina. La seconda vittima – sopravvissuta grazie alla protezione di un amico che, nel tentativo riuscito di difenderla, ha perso l’uso dei tendini di un braccio – a distanza di cinque anni dall’accaduto, non ha ancora avuto il bene di assistere alla prima udienza del processo che, a parere del suo legale, si chiuderà non prima di atri cinque/sette anni. A Buon rendere.