Posti vacanti negli Sprar e persone in strada che non sanno dove andare, né quale sarà il proprio destino. Richiedenti asilo, titolari di protezione umanitaria, donne e uomini, famiglie con minori a carico, che si ritrovano in un limbo: hanno requisiti e bisogni per essere accolti, ma non più il titolo idoneo per essere accettati nel Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) diffuso nei territori e gestito dai comuni. E, al momento, non hanno ancora trovato una collocazione.

A poche settimane dall’entrata in vigore del decreto legge immigrazione e sicurezza, i primi effetti del cambio di rotta nelle politiche di accoglienza degli immigrati si fanno già sentire. A Parma, comune da sempre virtuoso nelle politiche di integrazione e inclusione, ci sono circa 24 domande a cui Comune e Ciac onlus, associazione che gestisce con l’amministrazione lo Sprar cittadino, non sanno dare una risposta. “È la prima volta che succede in tanti anni”, allarga le braccia Michele Rossi, direttore del Ciac, che con i suoi 26 sportelli diffusi sul territorio intercetta le domande di stranieri in arrivo. “Abbiamo sempre avuto meno posti a disposizione rispetto ai bisogni crescenti. Oggi invece abbiamo posti liberi che non possiamo occupare. È eticamente lacerante e toglie il senso del lavoro di una vita”. Ma se la città governata dall’ex Cinque stelle Federico Pizzarotti è solo un esempio, la situazione non è molto diversa in tutti i comuni che finora si basavano sugli Sprar, dove i numeri delle persone fuori dai sistemi di accoglienza sono destinati a salire con il passare dei giorni e con la conversione del decreto in legge il prossimo dicembre.

Fuori dallo Sprar, senza un posto dove andare
A Parma, tra le persone il cui destino è in sospeso, ci sono 10 richiedenti asilo che al momento sono all’interno dei Cas (Centri di accoglienza straordinaria) del territorio. Avevano fatto richiesta di entrare nello Sprar, ma ora il decreto toglie loro la possibilità di essere ammessi. Un paradosso ancora più tragico è quello che stanno vivendo altre 8 persone che hanno ottenuto la protezione umanitaria (cioè un permesso di soggiorno per motivi umanitari) prima del 5 ottobre 2018, data dell’entrata in vigore del decreto. Il problema è che il dl abolisce di fatto la protezione umanitaria e quindi queste persone, pur avendo il titolo, sono escluse dallo Sprar; possono stare in Italia, ma non hanno alcuna rete di sostegno e non sanno dove andare, tanto che alcune di loro si sono rivolte ai dormitori comunali. Per altre persone, come una famiglia con minori a carico, si attende di capire come si evolverà la situazione, mentre di altre ancora, dopo un primo contatto con gli sportelli per avere informazioni per entrare negli Sprar, anche il Ciac non ha più avuto notizie.

Eppure lo Sprar di Parma avrebbe risorse e spazio per aprire le porte a quella ventina di stranieri. Attualmente su 149 posti, una trentina sono quelli vuoti, e ogni giorno probabilmente aumenteranno. “Se gli ingressi fossero già stati approvati secondo i nuovi requisiti del decreto, solo in venti avrebbero diritto di rimanere” spiega l’assessore comunale alle Politiche sociali Laura Rossi. E pensare che con il nuovo bando l’amministrazione prevedeva di ampliare la capienza e i progetti a 300 posti, che in un triennio sarebbero diventati 450. Ora però si deve fare retromarcia, diminuire i posti invece di incrementarli. “L’impatto del decreto sulla programmazione è devastante – scuote la testa l’assessore – è uno schiaffo in pieno volto a quei territori che erano in prima linea su progetti di inclusione e accoglienza. Così vanno in fumo tutte le politiche portate avanti in questi anni”.

Una posizione che la delegata ha condiviso anche con i colleghi dell’Anci, che hanno proposto un emendamento per accogliere negli Sprar anche i richiedenti asilo vulnerabili e i nuclei familiari con minori. Ma il problema non sarebbe comunque risolto, perché secondo gli operatori del settore il decreto farà sprofondare nel caos territori, prefetture e amministrazioni locali, e comporterà un nuovo dispendio di energie e risorse per i Comuni. “Noi prevediamo che nei prossimi mesi ci sarà sempre più gente in giro nel territorio che non saprà dove andare. Il Comune ha l’obbligo di intervenire e dovrà mettere in campo risorse aggiuntive, quando invece c’era già un sistema che funzionava e che ora viene smantellato – spiega l’assessore Rossi – L’emergenza ricadrà sui territori e non porterà né benessere né coesione sociale. Si dovrà lavorare sull’emergenza invece che sull’inclusione”.

A rischio anche gli stranieri già radicati nel territorio
La questione rischia di deflagrare non soltanto per le nuove regole di accoglienza per gli stranieri in arrivo, ma anche per la sorte di quanti sono già in Italia da diversi anni, come per esempio quelli con protezione umanitaria, che hanno un permesso che viene rinnovato ogni anno, che potrebbero paradossalmente tornare a essere irregolari. “Alcuni di loro sono integrati, hanno i figli che vanno a scuola e parlano l’italiano, hanno contratti di lavoro e di affitto. – continua il direttore del Ciac – Ma se non potranno avere rinnovata la protezione umanitaria, perderanno tutto, perché non tutti riusciranno ad avere una conversione in altri permessi. E’ un dramma, ci sono famiglie che non sanno davvero cosa fare”.

Il rischio è che questa “rivoluzione” porti le sue conseguenze negative anche in termini di sicurezza. “Prima noi avevamo un controllo degli stranieri residenti sul territorio, sapevamo cosa facevano e dove stavano, sapevamo come agire in concerto con la prefettura – aggiunge l’assessore Rossi – D’ora in poi invece avremo sempre più irregolari, fantasmi che non saranno a carico del sistema ministeriale né locale. Si tornerà indietro, ci saranno solo effetti negativi. Si creerà un vero caos sociale, che forse è ciò che questo decreto vuole provocare”.

Gli Sprar e lo smantellamento previsto dal decreto legge
Lo Sprar in Italia funziona da 16 anni e nel tempo si è trasformato in una rete capillare di accoglienza, con percorsi di integrazione e inserimento degli stranieri nel tessuto sociale. Dal 2002 a luglio 2018, lo Sprar è passato da alcune decine di comuni coinvolti e meno di duemila posti di accoglienza, ai circa 877 progetti realizzati in collaborazione con gli enti locali (653 comuni, 19 Province, 28 Unioni di Comuni e 54 altri enti per un totale di 1200 comuni coinvolti. In totale sono 35.881 posti finanziati. Il decreto immigrazione e sicurezza però prevede un progressivo smantellamento di questo sistema. Infatti potranno entrare negli Sprar solo i titolari di protezione internazionale (con status di rifugiato e protezione sussidiaria) e i minori non accompagnati, mentre saranno esclusi per esempio i richiedenti asilo, che rappresentano la grande maggioranza di domande avanzate, così come i titolari di protezione umanitaria, che di fatto non esisterà più. “Nei fatti – commenta Michele Rossi – il decreto contiene dispositivi che producono marginalità territoriale e limitano gli strumenti di protezione giuridica e sociale.”

La manifestazione e la raccolta firme
Come l’Anci, anche alcuni Comuni si stanno mobilitando contro il decreto. A Torino nei giorni scorsi il consiglio comunale ne aveva chiesto la sospensione. A Parma invece il Ciac a inizio ottobre ha lanciato un appello per fermare il decreto su change.org che ha già raggiunto oltre 20mila firme. Oggi, 27 ottobre, sempre a Parma l’associazione ha organizzato una manifestazione in piazza dal titolo “Diritti non privilegi” a cui parteciperà anche l’assessore Rossi, per chiedere ai parlamentari di sostenere emendamenti per modificare quanto più possibile il contenuto del decreto.

“Il decreto immigrazione demolisce il diritto d’asilo e smantella il sistema pubblico di accoglienza, togliendo diritti a centinaia di migliaia di persone che in pochi giorni si troveranno senza permesso di soggiorno – si legge nell’appello a partecipare – Il decreto ha già oggi conseguenze drammatiche per i migranti e scarica sui territori costi, disagio e tensione sociale. Si è voluto colpire, per motivi di propaganda e meri fini elettorali, un sistema di accoglienza capace, riconosciuto in tutta Europa. Crediamo che sia arrivato il momento di fare un passo avanti e metterci la faccia, non solo singolarmente ma come società civile”.