Nel corso della sua straordinaria parabola esistenziale Rudolf Rocker, uno dei maggiori protagonisti dell’anarchismo tedesco e internazionale, ha profuso la sua attività militante in una molteplicità di contesti sociali e politici, passando dalla Germania di Bismarck alla Londra del movimento operaio yiddish, per approdare infine negli Stati Uniti. Se il suo impegno sociale rimane costante, il suo approccio politico cambia nel corso dei decenni, muovendo da una visione prettamente anarcosindacalista a una visione più pragmatica e gradualista, attenta a proporre concrete analisi delle trasformazioni in atto nella società.

A 60 anni dalla morte queste sue riflessioni ancora inedite in italiano, che vanno dal 1919 al 1953, consentono di ricostruire il percorso intellettuale di uno dei più lucidi pensatori libertari del Novecento, come testimonia la sua acuta analisi del totalitarismo di destra e di sinistra e la sua incisiva critica di una concezione rivoluzionaria incapace di riflettere a fondo sulle ragioni che avevano portato alla sconfitta della Rivoluzione spagnola e alla degenerazione della Rivoluzione russa.

Rudolf Rocker (1873-1958) nasce a Magonza in una modesta famiglia di cattolici non praticanti. Rimasto ben presto orfano di entrambi i genitori, viene educato in un orfanotrofio cattolico, ma al contempo stringe un solido legame con uno zio socialista che lo influenza profondamente. Dopo una breve esperienza nel partito socialdemocratico approda all’anarchismo, scelta radicale che lo costringe ben presto all’esilio. Stabilitosi a Londra, vi rimane fino allo scoppio della prima guerra mondiale, quando viene internato nei campi di concentramento per “stranieri di nazionalità nemica” allestiti dal governo britannico. Tornato in Germania dopo la caduta dell’impero guglielmino, diventa un esponente di primo piano dell’anarcosindacalismo durante la Repubblica di Weimar. Con l’avvento al potere dei nazisti ripara negli Stati Uniti, continuando anche qui la sua stretta collaborazione con il movimento libertario di lingua yiddish che gli varrà l’appellativo di “rabbino anarchico”.

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