Ventimila euro di multa, 400 a cartellone, e l’oscuramento di tutte e 50 le affissioni. È la sanzione che la polizia locale di Roma, su decisione della sindaca M5s Virginia Raggi, ha applicato ai manifesti della campagna contro l’utero in affitto delle associazioni Pro vita e Generazione famiglia. Nell’immagine si vede un bambino in lacrime in un carrello, con un codice a barre tatuato sul petto, che viene spinto da una coppia e sopra la scritta: “Due uomini non fanno una madre”. La sindaca aveva già annunciato la rimozione, spiegando che “il messaggio e l’immagine veicolati dal cartellone – mai autorizzato da Roma Capitale e dal Dipartimento di competenza – violano le prescrizioni previste dal regolamento in materia di pubbliche affissioni, che vieta espressamente esposizioni pubblicitarie dal contenuto lesivo del rispetto di diritti e libertà individuali. La strumentalizzazione di un bambino e di una coppia omosessuale nell’immagine offendono tutti i cittadini”, aveva affermato.

“Con la solita scusa della strumentalizzazione dei bambini, la nuova tiranna del politicamente corretto, Virginia Raggi, ha calato la sua scure contro la libertà di espressione“, fanno sapere gli ideatori della campagna, Toni Brandi di Pro vita e Jacopo Coghe di Generazione famiglia. “Con il Comune di Roma a 5 stelle si torna a governare col terrore. Noi chiediamo liberi manifesti in libero Comune”, aggiungono. E denunciano che la misura sarebbe stata “imposta” alla prima cittadina dal presidente di un circolo omosessuale: “Indovinate chi ha ordinato a Raggi la rimozione dei manifesti? Su Mucca radio, il presidente del “Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli” ha dichiarato candidamente di aver fatto quello che sa fare meglio, ossia dare fastidio alla politica tartassandola e riuscendo a parlare con l’ufficio della sindaca, ottenendo dopo sole 24 ore di pressing il comunicato in cui lei si impegnava alla rimozione. Sono parole sue”. “Chiediamo che Raggi faccia il sindaco di tutti e che non si metta a fare il despota della lobby Lgbt“, concludono.

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