Il processo per il pestaggio di Stefano Cucchi ormai da sette mesi sta rivelando che, come in tutti i grandi casi della storia giudiziaria italiana, c’è stato anche un depistaggio. “Questa storia è costellata di falsi, da dopo il pestaggio e proseguita in maniera ossessiva anche dopo la morte di Cucchi. C’è stata un’attività di inquinamento probatorio che – dice il pm Giovanni Musarò in apertura di udienza del processo a carico di 5 carabinieri – ha indirizzato in modo scientifico prove verso persone che non avevano alcuna responsabilità e che sono state sottoposte a giudizio”.  Solo il 15 aprile di tre anni fa gli agenti della polizia pentitenziaria sono stati assolti dalla Cassazione. Un calvario giudiziario che li ha portati a citare tre ministeri come responsabili civili.

L’ordine arrivò dall’alto: “Relazione fu fatta sparire”
“Quello che ha detto il carabiniere Fancesco Di Sano nell’udienza del 17 aprile è vero: la modifica dell’annotazione di servizio sullo stato di salute di Cucchi non fu frutto di una decisione estemporanea e autonoma di un militare ma fu l’esecuzione di un ordine veicolato dal comando di stazione, che a sua volta recepì un ordine dal comandante di Compagnia, che a sua volta aveva recepito un comando dal gruppo”. Il pubblico ministero ha così motivato la sua decisione di depositare nuovi atti istruttori. “Solo così – ha affermato – si può capire il clima che si respirava in quei giorni e perché quella annotazione del 22 ottobre sia stata fatta sparire senza che nessuno ne parlasse per nove anni”, ha aggiunto il rappresentante della accusa. Presente in aula il ministro della Giustizia Bonafede. Con il Guardasigilli, che ha parlato con Ilaria Cucchi, anche il presidente del Tribunale di Roma Francesco Monastero. “Ho detto ad Ilaria che stiamo lavorando affinché casi come il suo abbiano giustizia in tempi brevi. Non tutte le famiglie hanno persone con la determinazione di Ilaria e non è giusto che chi chiede giustizia – ha detto Bonafede – debba far conto sulla propria determinazione per ottenerla, senza entrare nel merito del processo”.

Il racconto di due carabinieri su modifiche alle relazioni
Il nuovo inedito capitolo nella storia della morte di Stefano Cucchi era arrivato, il 17 aprile, grazie alle testimonianza di due militari. L’Arma era informata, forse preoccupata, della vicenda dell’arresto e la successiva morte del geometra romano arrestato per droga, tanto che, dopo il decesso e l’apertura dell’indagine, vennero chieste due relazioni su quanto accaduto e i due documenti, datati 26 ottobre 2009 (Cucchi era morto in ospedale il 22 ndr), vennero fatti modificare il giorno stesso, forse perché alcuni dettagli potevano creare problemi. Nella prima relazione si legge che Cucchi, la mattina dopo l’arresto “riferiva di avere dei dolori al costato e tremore dovuto al freddo e di non poter camminare” tanto da dover “essere aiutato” dai carabinieri a salire le scale per andare in tribunale dove era fissata l’udienza di convalida. Dalla seconda versione, spariscono i dolori al costato e il fatto che il giovane non riuscisse a camminare il giorno dopo l’arresto: Cucchi, vi si legge, “era dolorante alle ossa sia per la temperatura freddo/umida che per la rigidità della tavola del letto”. Il documento era stato redatto dal carabiniere Francesco Di Sano che, chiamato a testimoniare al processo, in merito a tali anomalie ha dichiarato che gli fu chiesto di modificare la relazione dai superiori. Anomalie anche in altre due relazioni, quasi identiche, firmate sempre il 26 ottobre, dal piantone di Tor Sapienza Gianluca Colicchio: anche in questo caso, solo nella seconda relazione, che Colicchio dice di non aver mai redatto, i dolori di Cucchi vengono attribuiti alla “branda scomoda”.

Il medico di Regina Coeli: “Mi preoccupai per lui, incompatibile con il carcere”
Oggi è proseguita l’audizione dei testimoni. Tra questi Rolando Degli Angioli, medico di Regina Coeli, che ha dichiarato a che alla visita d’ingresso Cucchi presentava “ecchimosi alla zona sacrale, tumefazioni orbitali”, e dolori “a causa, lui disse, di una caduta accidentale dalle scale”. Degli Angioli ritenne non compatibili le condizioni di Cucchi con il carcere e necessari accertamenti ospedalieri. “Mi preoccupai per lui – ha detto, sentito come testimone al processo ai cinque carabinieri – la sua situazione era quella di una persona che doveva fare esami ulteriori, che si stava aggravando sempre più; era un ‘codice giallo’ che evolveva. Non poteva stare in istituto, doveva essere sottoposto a esami diagnostici superiori”. Quando Cucchi fu visto all’entrata in carcere, “era una persona esile, ma camminava da solo; aveva difficoltà a sedersi, e alla digitopressione registrava dolore alla zona sacrale – ha aggiunto Degli Angioli -. Gli chiesi cosa fosse accaduto e mi rispose che era caduto dalle scale il giorno prima. Disposi l’invio in ospedale; so che fu portato al Fatebenefratelli e poi al Centro clinico. Rimasi allibito quando seppi che era tornato dal Fatebenefratelli con due vertebre rotte, senza che gli avessero fatto la Rx che avevo prescritto”.

Agli atti del processo la lettera di un detenuto
È entrata a far parte del processo la lettera che Alaya Tarek, l’extracomunitario che raccolse le confidenze di Cucchi nel centro clinico del carcere e fece ricopiare a un altro detenuto italiano. I contenuti sono stati confermati in aula da Pasquale Capponi, che fu materialmente colui che trascrisse la lettera, poi ricevuta dal senatore dell’Italia dei valori Stefano Pedica e consegnata alla procura. “Io Cucchi non l’ho conosciuto – ha detto Capponi – Fu Tarek a chiedermi di ricopiargli una lettera perché lui non sapeva scrivere bene in italiano. Io l’ho solo ricopiata, senza aggiungere nessuna parola”. Tra le righe, Tarek scrive che durante un colloquio Cucchi gli disse “mi hanno ammazzato di botte i carabinieri, tutta la notte ho preso botte per un pezzo di fumo. Tarek – ha aggiunto Capponi – scrisse che Cucchi gli aveva detto che era stato ridotto nello stato in cui si trovava dai carabinieri”.  Prima di lui è stato sentito in aula, davanti ai giudici della Corte d’assise, anche il dottore Apostolos Barbarosos, chirurgo del pronto soccorso dell’Ospedale Vannini di Roma. Il medico ha visto Cucchi circa venti giorni prima il suo arresto per droga; si presentò al pronto soccorso per un incidente stradale. “Si presentò dopo mezzanotte – ha detto Bararosos – con segni compatibili con un incidente stradale. Dalle radiografie non risultarono fratture, rimase tutta la notte perché aveva analisi alterate e andava rivisto“.

Cinque carabinieri a processo, per procura fu “pestaggio”
Cinque carabinieri a processo Sono cinque i carabinieri coinvolti nel processo sulla morte del geometra romano in corso davanti alla prima Corte d’Assise del tribunale di Roma: Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro, Francesco Tedesco, rispondono di omicidio preterintenzionale. Tedesco – il carabiniere che ha accusato i suoi colleghi del pestaggio – risponde anche di falso nella compilazione del verbale di arresto di Cucchi e calunnia insieme al maresciallo Roberto Mandolini, all’epoca dei fatti a capo della stazione Appia, dove venne eseguito l’arresto. Vincenzo Nicolardi, anche lui carabiniere, è accusato di calunnia con gli altri due, nei confronti degli agenti di polizia penitenziaria che vennero accusati nel corso della prima inchiesta sul caso.
Il testimone: “Era gonfio come una zampogna”
Il pestaggio, per la procura di Roma, causò tra l’altro “una rovinosa caduta con impatto al suolo in regione sacrale” provocando sul giovane “lesioni personali che sarebbero state guaribili in almeno 180 giorni e in parte con esiti permanenti, ma che nel caso in specie, unitamente alla condotta omissiva dei sanitari che avevano in cura Cucchi presso la struttura protetta dell’ospedale Sandro Pertini, ne determinavano la morte”, il 22 ottobre del 2009. Nel procedimento sono parte civile, oltre ai familiari del giovane, il Comune di Roma, Cittadinanzattiva e gli agenti della penitenziaria accusati nella prima inchiesta sulla morte del giovane. Nell’udienza del 20 marzo un testimone, Luigi Lainà, aveva ribadito un racconto parzialmente noto, ma ripetuto in una aula di Tribunale davanti ai giudici della corte d’Assise: “Quando ho visto Stefano la prima volta stava ‘acciaccato’, era gonfio come una zampogna, aveva ematomi sul viso e sugli zigomi, era viola, perdeva sangue da un orecchio, non parlava bene e non riusciva neanche a deglutire. Quando gli ho visto la schiena sembrava uno scheletro, un cane bastonato, roba che neanche ad Auschwitz”.La storia: dall’arresto alle prime indagini
Stefano Cucchi venne arrestato 15 ottobre del 2009 in via Lemonia, a Roma, a ridosso del parco degli Acquedotti, perché sorpreso con 28 grammi di hashish e qualche grammo di cocaina. Secondo l’accusa, il giovane fu colpito la notte del suo arresto, dai tre carabinieri imputati con “schiaffi, pugni e calci”. Quella notte, i carabinieri lo accompagnarono a casa per perquisire la sua stanza. Non trovando altra droga lo riportano in caserma con loro e lo rinchiudono in una cella di sicurezza della caserma Appio-Claudio. La mattina successiva, nell’udienza del processo per direttissima, Stefano ha difficoltà a camminare e parlare e mostra evidenti ematomi agli occhi e al volto che non erano presenti la sera prima. Il giudice, nonostante le condizioni di salute del giovane, convalida l’arresto e fissa una nuova udienza. Nell’attesa, Stefano Cucchi viene rinchiuso nel carcere di Regina Coeli.Le sue condizioni di salute peggiorano rapidamente e, il 17, viene trasportato all’ospedale Fatebenefratelli per essere visitato. Il referto è chiaro: lesioni ed ecchimosi alle gambe e al viso, frattura della mascella, emorragia alla vescica, lesioni al torace e due fratture alla colonna vertebrale. Viene chiesto il ricovero, ma Stefano rifiuta insistentemente e viene rimandato in carcere per poi essere ricoverato di nuovo, presso l’ospedale Sandro Pertini, dove muore il 22 ottobre. Solo a questo punto, dopo vani tentativi i suoi familiari riescono a ottenere l’autorizzazione per vederlo: pesa meno di 40 chili e presenta evidenti segni di botte. Cominciano le indagini. Allo stato gli unici imputati definitivamente assolti sono gli agenti della polizia Penitenziaria. La Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza sui medici ma ormai il reato contestato è prescritto.
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