L’altra metà del Gallo. Senza don Federico Rebora, morto ieri a 91 anni, non ci sarebbe stata la Comunità di San Benedetto al Porto. La storia di Andrea Gallo sarebbe stata diversa. E anche quella di Genova. Strano a dirsi, di questo sacerdote così mite e riservato. Eppure solido e forte, come quelle sue grandi mani che agitava parlando. Mentre invece gli occhi ti osservavano dal basso, di sfuggita in una specie di carezza.

Andrea e Federico, difficile immaginare due persone così diverse. Ma proprio questo li ha uniti e ha creato quell’alchimia durata più di quarant’anni. A cominciare dalla telefonata che don Federico ricevette dalla Curia di Genova nel 1970, quando era parroco di San Benedetto da tre anni. “C’è un sacerdote da accogliere”, dicevano. Era don Andrea, reduce dall’esperienza nella chiesa del Carmine, dalle prime scintille con la gerarchia.

Rebora lo accolse come cappellano. E di lì tutto cominciò come raccontava don Federico: “Conoscevo Andrea, eravamo amici. All’inizio i parrocchiani erano preoccupati, ma io dissi che volevo così”. Eccolo, questo sacerdote schivo, ma forte. E il Gallo cominciò celebrando messa. Ma presto nacque la comunità, figlia di Andrea e anche di Federico. I due sacerdoti che per decenni hanno vissuto in due stanze misere, scrostate, un letto e pochi metri quadrati. Uno accanto all’altro. E la mattina si ritrovavano per pregare insieme, per scambiarsi poche parole: Andrea, così irruente, vitale, incontenibile. Federico riflessivo, timido, ma non fragile. Uno aveva bisogno dell’altro.

Sono i due volti della chiesa di Genova che ha avuto cardinali come Giuseppe Siri, Tarcisio Bertone e Angelo Bagnasco, ma anche preti di strada. Rebora c’era sempre alle spalle di Gallo, anche quando la Curia scalpitava per trasferirlo: quella parrocchia che si era trasformata in una comunità aperta a tossici e prostitute dava scandalo a Genova, in quegli anni città rossa, ma conservatrice. Ma Federico fu categorico: “Se volete prendervi la responsabilità di cacciarlo, fatelo voi”. Nessuno ebbe il coraggio. E San Benedetto in quegli anni di eroina e disperazione era l’unica porta sempre aperta a chi aveva bisogno. Racconta un magistrato genovese che in quegli anni faceva il pretore: “Ci capitavano tanti ragazzi disperati, sapevamo che se li avessimo lasciati andare sarebbero morti. Che li avremmo trovati in qualche angolo d’ombra con una siringa nel braccio. Ma nessuno a Genova voleva prenderseli, ci sentivamo impotenti. Allora chiamavamo San Benedetto, a qualunque ora del giorno e della notte, perché sapevamo che sarebbero stati sempre accolti”. Perfino nelle stanze dei due sacerdoti. Pur di non lasciarli in strada.

Don Federico è stato sempre così, anche dopo che Andrea era morto e negli ultimi tempi di malattia. Lo vedevi con le camicie vuote, gli occhiali sempre più grandi sul volto prosciugato. Ma non ha mai abbandonato la Comunità e Genova: “Come stanno i ragazzi?”, “Raccontami del ponte”, ha chiesto fino a ieri mattina. Ora Genova è ancora più sola.

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