“Se avete domande seguite le magliette gialle”. Una voce dal microfono dà il benvenuto agli attivisti 5 stelle al Circo Massimo di Roma, mentre a pochi chilometri di distanza il leader Luigi Di Maio affronta il consiglio dei ministri più difficile che dovrà risolvere il caso condono. L’arena con gli stand, tutti rigorosamente ecosostenibili, si riempie fin dal mattino e partono le agorà: prima ci sono i sindaci, poi gli eletti di Camera e Senato che parlano delle attività nelle commissioni. Quindi gli eurodeputati da Bruxelles. Ma a preoccupare sono le domande degli attivisti, chi è arrivato da tutta Italia con i treni del mattino o addirittura della sera prima e chiede di essere rassicurato. Se le altre edizioni di Italia 5 stelle erano fatte per contarsi e lanciare la conquista delle istituzioni, ora quello che interessa è avere la garanzia che dai palazzi i 5 stelle non se ne andranno. E ad affrontare quella che un tempo avrebbero chiamato “graticola” (le domande in serie destinate ai portavoce), sono le magliette gialle, ovvero i parlamentari neoeletti e i consiglieri regionali. Li riconosci per il badge al collo e per le facce perse mentre vagano sotto le gigantografie di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. Se con la stampa non sono abituati a parlare, però sanno bene quello che devono dire: spiegare che è tutto sotto controllo. Dei big non si fa vedere quasi nessuno per tutta la mattina, arrivano solo nel pomeriggio e si nascondono tra la folla. Spicca tra gli altri il senatore Nicola Morra, uno che più volte si è lasciato andare a commenti critici, ma che oggi non vuole parlare: interviene dal palco poco dopo l’apertura dei cancelli, saluta gli attivisti e su domande specifiche taglia corto. “Non è il momento, vedremo cosa succede”. Il deputato Francesco Silvestri, responsabile dell’organizzazione, osserva da lontano. L’obiettivo è arrivare in fondo a domenica sera senza contestazioni. Una è già mezza annunciata ed è quella del movimento No Tap che tutti aspettano non appena si vedranno in giro i big. L’unico fuori programma o quasi da segnalare è il papà di Alessandro Di Battista che si presenta con un cartello con scritto “No Tap, No Tav e No Autostrade”. “Se vanno avanti su questi punti mi deluderebbero molto”, dice a ilfatto.it.

Intanto le magliette gialle rispondono agli attivisti che li seguono in gruppo. “Sa che questa è la mia prima intervista?”, dice Maria Luisa Faro che in Parlamento siede addirittura in commissione Bilancio. “Se ci fidiamo della Lega dopo il condono entrato nella manovra? Certo dispiace quello che è successo, ma non vogliamo accusare nessuno”, è l’esordio. “Io lo dico con il cuore. Gli screzi tra fidanzati esistono, noi vogliamo solo che si risolva tutto. Confido in entrambe le parti, ma più in Luigi. I tavoli di incontro sono fatti per chiarire vedute differenti”. Quindi se non c’è da inseguire un colpevole, almeno però serve, dicono, stabilire nuove regole: “Bisogna adottare un regolamento del consiglio dei ministri e non uscire più con documenti su cui ci si è accordati solo a parole. La nostra garanzia è sapere che quello che è successo non è contenuto nel contratto. Di Maio ha fatto bene ad andare a Porta a porta a denunciare quanto era accaduto. Giusto che lui faccia capire che bisogna rispettare i cittadini”. Si avvicinano alcuni attivisti, Maria Luisa Faro li osserva un po’ tesa. Quindi chiude: “Laura Castelli sta facendo un gran lavoro. Noi siamo sempre attentissimi quando si discutono i documenti”.

Poco distante Giuseppe Ippolito, senatore, si ferma a parlare dopo essere intervenuto sul palchetto dei parlamentari. “Secondo me”, spiega, “si è creata una situazione di incomprensione che è stata generata dal fatto che i due rappresentanti politici non si sono parlati”. Lui è tranquillo, dice che tutto è fisiologico quando ad accordarsi sono due forze così diverse: “Su tante cose abbiamo diversità di vedute e i leader è normale che debbano trovare una sintesi. Ha funzionato fino adesso e funzionerà ancora. Sia chiaro che nel contratto è scritto che entrambi non siamo d’accordo ai condoni”. Nessuno vuole prendersi la responsabilità di parlare di colpevoli, anche se di una parte del Carroccio ormai non si riescono più a fidare. “Le manine ci sono sempre state. Ogni governo ha avuto la difficolta di trovarsi con strutture tecniche che non ha formato lui. Finora questa cosa non assumeva aspetti clamorosi. Oggi abbiamo un governo del cambiamento, di rottura e quindi viene fuori”. E neppure lo spettro del voto anticipato assicura che li stia turbando: “Il governo supererà le Europee non c e dubbio. Anche perché Salvini si ricordi che non basta la rottura parlamentare per monetizzare il consenso. Ci vogliono nuove elezioni e non credo che Mattarella sia intenzionato a farlo tornare alle urne così facilmente”.

Per la deputata Celeste D’Arrando comunque “la tensione è massima”. “Stiamo affrontando ordinarie divergenze da appianare. Ma tutto è superabile perché noi pensiamo al bene dei cittadini. Certo abbiamo capito che dobbiamo prestare ancora più attenzione rispetto a quella che stiamo dando”. I più in difficoltà sono i consiglieri regionali, chiamati a rispondere di vicende nazionali di cui sanno poco o niente. “Io preferirei parlare di cosa faccio in Umbria”, dice il consigliere umbro Andrea Liberati. “Le Lega? Il sottosegretario Giorgetti? Io non ho votato loro. Io ho votato i 5 stelle e so che c’è un contratto a tutelarci”. Intorno lo ascoltano in silenzio. Fa caldo, è un pomeriggio di piena estate e agli attivisti importa soprattutto parlare con i loro eletti, parlare dei problemi locali. “La questione è semplice”, dice un attivista di Milano. “La Lega se vuole stare con noi deve dimenticarsi Berlusconi”.