Nei quattro centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) visitati quest’anno sono stati riscontrati fattori di “gravi criticità“. La denuncia arriva dal rapporto del Garante nazionale per i diritti dei detenuti rivolto al Viminale. E il ministero dell’Interno risponde: “I nostri sforzi vengono spesso vanificato dai continui e violenti comportamenti degli ospiti”. Secondo il capo del Dipartimento Immigrazione, Gerarda Pantalone, se i Cpr sono in pessimo stato la colpa è degli stessi migranti.

Il Garante dei detenuti ha visitato i centri di Brindisi-Restinco, Palazzo San Gervasio (provincia di Potenza), Bari e Torino (nella foto). Nel rapporto si legge dell’assenza di locali in comune e di alcuni elementi di arredo che “pregiudicano pesantemente la qualità della vita” nelle strutture e determinano il “rischio di situazioni di degrado anche nell’esercizio dei più elementari diritti primari”.

Il Viminale è “costantemente impegnato” a migliorare i Cpr e mantenere standard di vivibilità, “nel pieno rispetto dei diritti della persona e della sua dignità”, replica Pantalone. “Ma – continua – ogni sforzo compiuto, con significativi oneri, viene spesso vanificato dai continui e violenti comportamenti degli ospiti in danno dei locali e degli arredi, con dirette negative conseguenze sulle loro stesse condizioni di vita”. Il Dipartimento, si legge nella risposta, “conferma che l’azione nella gestione del complesso fenomeno migratorio è sempre orientata al rispetto dei diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione e dalle leggi nazionali e internazionali” e “assicura la consueta attenzione alle sollecitazioni e indicazioni” del Garante.

IL RAPPORTO
Il Garante parla nello specifico di “scadenti condizioni materiali e igieniche delle strutture, assenza di attività, mancata apertura dei Centri alla società civile organizzata, scarsa trasparenza a partire dalla mancanza di un sistema di registrazione degli eventi critici e delle loro modalità di gestione, non considerazione delle differenti posizioni giuridiche delle persone trattenute e delle diverse esigenze e vulnerabilità individuali, difficoltà nell’accesso all’informazione, assenza di una procedura di reclamo per far valere violazioni dei diritti o rappresentare istanze”. E “sono solo alcuni dei nodi critici riscontrati che perdurano anche nell’attuale fisionomia dei Centri”.

Il presidente Mauro Palma evidenzia come i Cpr visitati siano accomunati da alcune criticità, come scarse condizioni igieniche, con pochi bagni e docce, dall’assenza di attività, dalla poca trasparenza, dalla non considerazione delle diverse vulnerabilità. In particolare, il rapporto lamenta l’assenza della sala mensa, ad eccezione del Centro di Torino e di uno spazio adibito a luogo di culto. Raccomanda che i bagni e docce siano presenti in numero adeguato ed accessibili autonomamente dagli ospiti senza necessità di accompagnamento da parte delle forze di polizia. Palma segnala inoltre che nelle stanze di pernottamento del Cpr di Palazzo San Gervasio le luci restano sempre accese anche durante la notte.

La vita nei Centri, osserva il Garante, è apparsa “assimilabile a quella di un ambiente carcerario“, con sbarre, talvolta alte cancellate metalliche e l’impossibilità per gli ospiti di muoversi tra i diversi moduli. Chi sta dentro i Cpr vive dunque in una condizione di “mero confino rispetto a una realtà statuale che prima ancora del rimpatrio fisico lo esclude dalla propria collettività, quasi considerandolo come ‘non persona‘”.

Nel Cpr di Torino il rapporto ha poi constatato la presenza di alcune “celle di sicurezza” che risultano “inaccettabili sotto il profilo della regolarità” e “della chiarezza circa un loro eventuale uso”. Durante la visita al Centro di Brindisi-Restinco, il Garante ha trovato appoggiato sul tavolo della sala dove si effettuano i colloqui (con gli avvocati, con le famiglie, con gli operatori) un manganello appartenente a uno degli agenti delle forze di Polizia in servizio nel Cpr. Un fatto stigmatizzato dall’Autorità, “ritenendo che il personale non possa introdurre nel Centro, salvo specifiche esigenze, qualsiasi oggetto che possa essere utilizzato – o percepito come utilizzabile – quale strumento di minaccia o violenza“.