Un anno fa veniva uccisa Daphne Caruana Galizia. Era il 16 ottobre 2017 quando la giornalista investigativa maltese, 53 anni, moriva per l’esplosione di un ordigno piazzato sotto la sua auto: aveva indagato sui ‘Malta files‘, un ramo dei Panama papers (lo scandalo sui paradisi fiscali emerso nel 2016), facendo luce sulle infiltrazioni mafiose, il riciclaggio e la corruzione della polizia nella piccola isola mediterranea. Le sue inchieste erano arrivate a coinvolgere la moglie del premier Joseph Muscat, accusata di gestire una società offshore panamense.

Ad un anno dall’omicidio non c’è ancora una vera pista investigativa. In carcere ci sono solo i presunti sicari, i fratelli Alfred e George De Giorgio e Vince Muscat, criminali già noti alla polizia, arrestati a dicembre. Nessuna ipotesi, invece, riguardo ai mandanti: la posizione del premier è stata archiviata dalla procura lo scorso luglio.

“Dopo la morte di mia madre la situazione a Malta è peggiorata“, ha detto Andrew, uno dei figli della reporter. “Il suo lavoro ha fatto scoprire una corruzione ad alto livello e questo si è tradotto in misure contro i giornalisti, ma anche gli accademici e le istituzioni che contrastano la corruzione. Dopo i Panama Papers alcuni Paesi hanno agito tempestivamente, altri no. In questi ultimi, i giornalisti si trovano soli a difendere lo Stato di diritto contro i potenti corrotti. Quando la corruzione coinvolge le forze dell’ordine, fare giornalismo diventa molto pericoloso“. All’assassinio di Daphne si era aggiunto, nel 2018, quello del cronista slovacco Jan Kuciak, per il quale sono stati arrestati quattro sospetti.

Reporter senza Frontiere e altre quattro ong per la tutela della libertà di stampa hanno chiesto al governo di Malta un’inchiesta indipendente sull’omicidio. I loro rappresentanti hanno incontrato lunedì il premier Muscat, esprimendo preoccupazione per l’assenza di progressi significativi nell’indagine. Il primo ministro ha annunciato a breve l’apertura di un procedimento pubblico.

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