La mia primogenita ha 10 anni. È in quella fase in cui capisce le potenzialità di essere venuta al mondo, ha assaggiato per le prime volte il sapore della libertà. Comprare oggetti, fare cose, incontrare amici, se non fosse per quella seccatura chiamata scuola la vita sarebbe il paradiso terrestre. Solo nell’ultima settimana mi ha chiesto di: farsi il secondo buco, comprare una bambola Reborn (Re-che?), fare un safari in Kenya, organizzare un altro pigiama party, farsi una ciocca colorata, comprare un pulcino.

I suoi desideri cambiano, mutevoli quanto gli umori della sua preadolescenza, ma una supplica resta ben radicata nella sua mente, resistendo a tutto il resto: il cellulare. Nella sua classe sono comparsi i primi e pur conoscendo bene come la pensiamo, ogni tanto tenta di negoziare. Se non sul fatto compiuto, almeno sulla contrazione dei tempi di acquisto. Da grande potrebbe fare la sindacalista.

Per dirla come un papà al parco: “Se fai dei figli, devi essere disposto a fare delle battaglie”. Per certi versi, però, la guerra è già persa e non ci vuole un grande stratega per riconoscerlo. I cellulari saranno sempre più parte del loro mondo, sempre più amici ne avranno uno e il parental control è semplicemente inapplicabile sui telefoni dei figli degli altri.

Non so se ci avete fatto caso, ma la frase più usata da un bambino è: “Me lo fai vedere?” Vedere l’immagine, che sia brutta o bella, rilevante o meno, senza nemmeno il tempo di crearsene una a priori, per poi (almeno) confrontarla. Non esiste più il tempo di aspettativa e gli adulti sono i primi ad allungare il telefono ai propri interlocutori. Non è la scomparsa della fantasia o della creatività a spaventarmi, l’impoverimento dell’eloquio o della socialità, è l’essere scaraventati nel mondo (digitale o reale ormai è la stessa cosa) da moderni gladiatori, senza spada e armatura.

Al parco con alcune amiche, che hanno il proprio o usano quello dei genitori, l’ho vista mettersi da parte a guardare il cellulare di una. Stavano scorrendo dei video postati da alcune di loro su Musical.ly. Su questa app si possono caricare i propri video mentre si balla o si canta e sottoporli al giudizio della community. Tra di loro, pur conoscendosi, si scannavano come troll consumati. “Fai schifo”, “Che voce brutta” o “Stronza di m***a” erano i commenti più magnanimi.

Le burla, gli insulti, fanno male (in misure diverse) a chiunque, anche agli adulti, ma a 10 anni possono essere come pugnalate in pieno petto. E indugiano, si annidano tra i risvolti dell’anima, covando insicurezza, indugi, perdita di sé e del proprio valore. Forse i bambini che scrivevano quei commenti non l’avrebbero fatto di persona, o forse sì, ma in quel caso avrebbero dovuto gestire la reazione del diretto interessato. Ma soprattutto, non avrebbero avuto un’audience così nutrita, che chi per una parte, chi per l’altra, incitava e aizzava alla lotta come galli da combattimento.

I bambini (maschi o femmine non fa differenza) sono sempre stati spietati gli uni con gli altri, ma ora sembra che, proprio per il rimbombo delle loro cattiverie che trovano fan loro pari, le ferite scavino più in profondità, durino più a lungo, e non ci sia mai un rifugio sicuro. Per gestire quel tipo di malvagità ci vuole autostima, ci vogliono i mezzi e la forza di dargli il giusto valore (cioè zero). Questo tipo di consapevolezza non c’è a 10 anni, forse neanche a 14 o a 20, c’è chi non riesce a trovarla mai in tutta una vita e per questo soccombe.

Più parlavo e meno mi riusciva di farle capire il concetto. Mi guardava come per dire “Mamma, sei out. A me non succederà, a me non farà soffrire.” L’ho presa da parte e le ho fatto leggere alcuni commenti ai miei post o sul mio profilo lasciati da gente ben più grande dei suoi 10 anni, gente che probabilmente ha figli, un lavoro, una vita apparentemente rispettabile. Non ho scelto i peggiori, perché anche ai figli più duri potrebbe far male leggere le offese alla propria madre. Io scelgo di essere esposta, lei ci vuole stare per essere come gli altri. Ma è un rischio che non voglio correre, ora.

Non so se abbia capito fino in fondo. È sempre difficile metabolizzare qualcosa di astratto, immaginare quanto lo schiaffo faccia male, prima di sentirlo sulla pelle. Ma ora ho un altro problema. Il mio telefono “dell’antica Grecia”, come lo chiama lei, sta tirando gli ultimi e devo trovare il modo di comunicarle che il nuovo sarà solo la versione moderna uscita nel 2017. E che funziona ancora schiacciando quelle cose vetuste chiamate tasti.