Come sono stati calcolati i “100 miliardi di debito pensionistico destinato a gravare sulle generazioni future” lo si saprà solo quando verrà pubblicata la legge di Bilancio per il 2019 completa di relazione tecnica. Giovedì il vicepremier Matteo Salvini e i deputati del Movimento 5 Stelle hanno attaccato il presidente Inps Tito Boeri per aver criticato l’intenzione del governo di introdurre “quota 100” per andare in pensione. Boeri, in audizione alla commissione Lavoro della Camera, aveva quantificato appunto in 100 miliardi il valore delle prestazioni aggiuntive che lo Stato dovrà pagare in futuro, al netto dei contributi, in seguito al superamento della legge Fornero. Ilfattoquotidiano.it ha chiesto all’istituto previdenziale le simulazioni con cui è stato ottenuto quel dato e quale sarà il costo annuale di quota 100 con un minimo di 62 anni di età, ma l’Inps non ha ritenuto di renderle disponibili perché “fanno parte delle relazioni tecniche in fase di preparazione” e su cui sono in corso interlocuzioni con l’esecutivo.

Con le ultime riforme oltre 1000 miliardi di risparmi su 56 anni – Il punto di partenza è che, come ricordato anche nella Nota di aggiornamento al Def presentata alle Camere una settimana fa, le riforme previdenziali adottate negli ultimi 14 anni (Maroni, Sacconi e Fornero) comportano una riduzione dell’incidenza della spesa pensionistica sul pil di 60 punti, pari a oltre 1000 miliardi, nel periodo 2004-2060: oltre 18 miliardi l’anno. Un terzo del risparmio complessivo deriva dalle novità introdotte dalla Fornero, in vigore dal 2012. L’introduzione di quota 100 con la possibilità di uscire a 62 anni di età costa secondo la Lega 7-8 miliardi l’anno. L’Inps la scorsa estate ha simulato i maggiori oneri in quattro diversi scenari, nessuno dei quali però prevedeva che l’età di uscita fosse così bassa. Nell’ipotesi di quota 100 con età minima 64 anni o 41 anni di anzianità contributiva il costo aggiuntivo era quantificato in 11,6 miliardi il primo anno, circa 15 miliardi l’anno dal 2020 al 2024, 16 miliardi nel 2025 e 2026, 18 miliardi nel 2027 e 2028, per un totale di oltre 150 miliardi in dieci anni.

Le critiche al concetto di debito implicito – La cifra fatta ieri da Boeri non è però la somma dei maggiori costi in un certo orizzonte temporale, bensì il valore attualizzato di tutte le spese e entrate pensionistiche future che deriveranno dalla “controriforma”. Il concetto di “debito implicito”, secondo Boeri fondamentale perché guarda in avanti e permette di valutare l’impatto delle decisioni di oggi sui contribuenti futuri, è stato criticato dai deputati pentastellati che lo hanno definito “fumoso” e hanno sostenuto che “stimolando il pil e aumentando il tasso di occupazione aumenteranno anche i contributi versati alle casse dell’Inps, garantendo pensioni future più elevate e margini di spesa già oggi per mandare in pensione qualche anno prima chi ha già lavorato per 38 anni”. In passato era stato contestato anche da Marco Leonardi, consigliere economico di Matteo Renzi e poi di Paolo Gentiloni, che in un articolo pubblicato su lavoce.info nel gennaio 2017, difendendo l‘ape sociale, aveva evidenziato come il debito implicito sia un concetto astratto perché “i governi cambiano e anche le riforme possono cambiare”.