Sette processi, cinquanta udienze, centoventi testimoni, decine di perizie in 3280 giorni. Ci sono voluti nove anni per sapere cosa è successo a Stefano Cucchi quella notte del 15 ottobre del 2009. A raccontarlo non è ancora una sentenza emessa da una corte. Anzi fino a questo momento i giudici che si sono occupati del caso hanno aggiunto soltanto dubbi a una storia che sembrava semplice. E che invece era complicata. Per arrivare a una svolta non sono servite indagini e perizie ma la pentimento di uno degli imputati: il carabiniere Francesco Tedesco che davanti al pm Giovanni Musarò ha accusato i colleghi Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro di aver pestato il giovane.

L’arresto nove anni fa – Cucchi venne arrestato esattamente nove anni fa in via Lemonia, a Roma. I carabinieri lo fermarono a ridosso del parco degli Acquedotti: con sè aveva 28 grammi di hashish. Lo presero in consegna e lo accompagnarono a casa dei genitori per perquisirgli la stanza: non trovarono altra droga e dunque lo rinchiusero in una cella di sicurezza della caserma Appio-Claudio. Venne processato per direttissima la mattina successiva ma in aula ci arrivò in condizioni molto diverse rispetto a quelle della sera precedente: aveva difficoltà a parlare, non riusciva a camminare e aveva evidenti ematomi sul volto. Nonostante tutto il giudice convalidò l’arresto. Venne portato nel carcere di Regina Coeli ma le sue condizioni peggiorarono. Il giorno dopo, il 17 ottobre, il trasferimento all’ospedale Fatebenefratelli e il primo referto medico che segnala una frattura alla mascella, l’emorragia alla vescica, due fratture alla colonna vertebrale e le lesioni al torace. I medici vogliono ricoverarlo ma Cucchi rifiuta e viene rimandato in carcere. Da lì torna in ospedale, questa volta al Sandro Pertini, dove muore alle tre di notte del 22 ottobre: dall’arresto sono passati solo sette giorni. I genitori riescono a vederlo soltanto da morto: il cadavere pesa 40 chili, i segni delle botte sono evidenti nelle fotografie che dopo otto giorni vengono pubblicate sulla prima pagine del Fatto Quotidiano.

I processi a medici e guardie carcerarie – È proprio grazie alle denunce della famiglia partono le indagini. Un anno dopo arrivano dodici rinvii a giudizio: sei medici dell’ospedale Pertini, tre infermieri, tre guardie carcerarie. I medici sono accusati di falso ideologico, abuso d’ufficio, abbandono di persona incapace al rifiuto in atti d’ufficio, favoreggiamento, omissione di referto. Alle guardie carcerarie vengono contestate le lesioni aggravate e l’abuso di autorità. Il 5 giugno del 2013 la terza sezione della corte d’Assise di Roma condanna cinque medici per omicidio colposo, assolve gli altri sette imputati. Il 31 ottobre del 2014 la corte d’Appello assolve tutti gli imputati. Il presidente della corte scrive che si tratta di “un’assoluzione per assenza di prove” sottolineando però che “non c’erano elementi sufficienti per ritenere gli imputati colpevoli di un reato, che però c’è stato”. Nelle motivazioni la corte d’Appello spiega che c’è bisogno di nuove indagini. Nel dicembre del 2015 ecco il primo rinvio della Cassazione che ordina un nuovo processo di secondo grado per i cinque medici, ma rende definitive le altre assoluzioni. Il 18 luglio del 2016 nuova assoluzione nel secondo processo d’Appello, nuovamente impugnata dalla Suprema corte nell’aprile del 2017: nel frattempo, però, è scattata la prescrizione.

Il processo ai carabinieri – Intanto, dalla fine del 2015, la procura di Roma ha aperto un nuovo fascicolo sulla morte di Cucchi, dove il pm Giovanni Musarò comincia a iscrivere i nomi di alcuni carabinieri. Alla fine a giudizio finiscono in cinqueAlessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro Francesco Tedesco rispondono di omicidio preterintenzionale. Sono i tre militari che per primi si occuparono del geometra fermato in via Limonia. Tedesco risponde anche di falso nella compilazione del verbale di arresto di Cucchi e calunnia insieme al maresciallo Roberto Mandolini, all’epoca dei fatti a capo della stazione Appia, dove venne portato il giovane. Accusato di calunnia è anche un altro militare, Vincenzo Nicolardi, che avrebbe falsamente accusato gli agenti della polizia penitenziaria poi assolti nel primo processo. Fondamentale nel procedimento ai carabinieri la testimonianza di un altro militare, Riccardo Casamassima. “Poco dopo l’arresto di Cucchi il maresciallo Roberto Mandolini è venuto alla caserma di Tor Vergata dove io prestavo servizio. È entrato in caserma, si è messo la mano sulla fronte e ha detto: È successo un casino ragazzi, hanno massacrato di botte un arrestato”, ha raccontato al fattoquotidiano.it. Spiegando di avere ricevuto minacce alla vigilia della sua testimonianza in aula. Dopo aver ripetuto quanto ascoltato davanti ai giudici, Casamassima è stato trasferito e demansionato.