La Storia esce dalle possibili scelte della prima prova scritta dell’esame di maturità. Verrebbe recuperata come possibile opzione nelle tracce della Tipologia B (saggio argomentativo) il che equivale comunque a marginalizzare la materia che sarà meno affrontata dagli insegnanti durante l’anno a detrimento non solo della preparazione, ma della formazione degli studenti.

Si sta muovendo in questa direzione il gruppo di lavoro del Miur, guidato dal linguista Luca Serianni, che con la circolare del 4 ottobre ha stilato le nuove indicazioni sulla preparazione dell’esame di Stato.

Le ragioni che spingono al cambiamento, nelle parole di Serianni, mirano a colmare alcune delle lacune più evidenti mostrate dagli studenti nell’approccio ai documenti: “la violazione della coerenza testuale”, “l’incapacità di argomentare e capire cosa si legge” per arrivare a valorizzare “la capacità di istituire un ragionamento, di dedurre conseguenze da premesse”. Comprendere un testo – si dice – significa aumentare la comprensione della realtà, far “crescere cittadini consapevoli in grado di difendersi dalle fake news” (La Repubblica, 6 ottobre, p. 20).

Tutto ineccepibile e commendevole.

Ma scusi, professor Serianni, non le pare che questi obiettivi possano essere raggiunti attraverso un’adeguata formazione storica? Perché marginalizzare una materia che è a fondamento dei fini che si vogliono perseguire?

In un’epoca come la nostra, schiacciata su una dimensione di presente assoluto, l’immenso giacimento del passato rischia di rimanere una risorsa inerte. La Storia è una disciplina che analizza la formazione di strutture ed eventi, offre strumenti per leggere i mutamenti ed è una bussola indispensabile per orientarsi nel presente. Del resto l’analisi di una fonte storica non parte innanzitutto da un problema di veridicità?

Senza nascondere la testa sotto la sabbia, è altresì vero che il tema storico nelle ultime annate della maturità è stato quello meno scelto: solo lo 0,6% ha affrontato il tema sulle foibe nel 2010; il 4,7% si è cimentato su Hannah Arendt e lo sterminio degli ebrei nel 2012; l’1,3% dei candidati nel 2013 ha scelto il tema sui Brics e il 3,8% nel 2014 ha affrontato la comparazione tra l’Europa del 1914 e quella del 2014.

Le scelte di formazione culturale, fortunatamente, non sono ancora sottoposte alle leggi sull’audience, ma queste cifre basse evidenziano altri problemi ai quali il Miur dovrebbe porre rimedio. Innanzitutto il tempo passa, cambiano anche le epoche storiche, ma negli ultimi 25 anni la preparazione della maggioranza degli studenti si ferma ancora alla Seconda guerra mondiale.        Sarebbe necessario un ripensamento della periodizzazione durante l’ultimo triennio delle superiori, con l’opportunità di affrontare percorsi di storia del presente.

Ci vorrebbe il coraggio di deburocratizzare l’attività degli insegnanti liberando del tempo per consentire loro di partecipare a corsi di aggiornamento (e sui temi storici in Italia l’offerta è di ottimo livello). Tali corsi, nell’ordinamento attuale, sono previsti, sono premianti ma non sono obbligatori. Spesso però è difficile frequentarli per intero a causa delle numerose attività interne previste nelle scuole.

La cultura senza aggiornamento si impoverisce e si sedimenta su schemi che l’abitudine usura. I cambiamenti andrebbero pensati in rapporto alle potenzialità da offrire al corpo docente. La nostra istruzione superiore è ancora di buon livello, specie se raffrontata alle preparazioni più approssimative che dimostrano nelle nostre università gli studenti di altri paesi europei.

Procedere a passo di gambero è però molto facile se le modifiche si riducono a un semplice maquillage e minano un caposaldo formativo come la Storia.

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