La 24enne curda iraniana Zeinab Sekaanvand è stata impiccata la mattina del 2 ottobre nel carcere di Urmia, nel nord-ovest dell’Iran. La donna era stata condannata a morte per aver ucciso il marito, Hossein Sarmadi, a cui era stata data in sposa quando aveva 15 anni. La ragazza aveva denunciato abusi fisici e psicologici rimanendo inascoltata, al punto che, dopo due anni, aveva deciso di farsi giustizia da sola. Fino all’ultima udienza, alla ragazza non era stato concesso di essere affiancata da un avvocato. Permesso che le è stato accordato soltanto nell’ultima fase del procedimento. In presenza del difensore aveva ritrattato la sua prima versione dei fatti, spiegando di essere stata costretta ad uccidere il marito. Inoltre aveva detto di essere stata violentata dal cognato più volte nel corso degli anni, motivo per cui aveva ripetutamente chiesto aiuto. Ma tutti questi elementi sono stati ignorati dal giudice, che ha confermato la pena di morte.

A nulla sono serviti i numerosi appelli contro l’esecuzione: “Non solo Zeinab era minorenne al momento del reato, ma il suo processo è stato gravemente irregolare. Ha avuto assistenza legale solo nelle fasi finali del procedimento, nel 2014, quando ha ritrattato la confessione, resa a suo dire dopo che agenti di polizia l’avevano picchiata su ogni parte del corpo”, ha denunciato Amnesty International annunciando la morte della giovane.

Secondo la legge iraniana, ai minori può essere risparmiata la pena di morte se al momento del delitto “non erano in grado di comprendere la natura del loro crimine”. Da un perizia psichiatrica Zeinab era risultata in preda a una grave forma di depressione caratterizzata da insonnia e difficoltà a prendere decisioni. Ma, aveva sottolineato Amnesty International in una delle sue tante denunce, questo referto non è stato preso in considerazione.

I fatti per cui Zeinab è stata condannata risalgono al 2011, quando aveva 17 anni. Al momento dell’arresto – avvenuto il 1° marzo 2012 – la ragazza aveva confessato, salvo poi ritrattare accusando il fratello del marito di averla violentata commettendo poi l’omicidio. Ha raccontato, inoltre, di essere stata trattenuta 20 giorni in una stazione di polizia e di aver subito ogni genere di tortura da parte degli agenti. La condanna a morte, emessa dal tribunale di Urmia, era stata posticipata dopo che Zeinab si era risposata in carcere con un detenuto ed era rimasta incinta: il neonato, però, era morto al momento del parto.

L’Iran è rimasto l’unico Stato al mondo a giustiziare condannati per reati commessi quando erano minorenni: dal 2005, denuncia Amnesty, ci sono state circa 90 esecuzioni (di cui almeno 5 nel 2018) e altri 80 condannati restano nel braccio della morte. “Nonostante abbia ratificato diversi trattati internazionali che vietano la pena di morte per reati commessi da minorenni, l’Iran rimane il Paese con il più alto numero al mondo di esecuzioni di criminali con meno di 18 anni“, ha sottolineato in una nota Iran Human Rights, l’organizzazione con sede a Oslo che si batte contro la pena di morte nella Repubblica islamica.

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