Arrestare Mimmo Lucano significa combattere l’unico modo in cui l’accoglienza si è fatta integrazione. Certo, è molto probabile che il sindaco di Riace abbia forzato le regole, sia andato al di là dei suoi poteri e persino che abbia consapevolmente infranto il codice penale. Non avrebbe potuto fare quel che ha fatto, altrimenti. Ma c’è reato e reato. Marco Pannella ha dovuto far fronte a decine di processi. Si può dir di lui che sia stato un delinquente? E i picchetti operai che a volte hanno violato la libertà altrui (penso soprattutto al blocco stradale) possono essere giudicati atti criminali?

Mettere in manette il sindaco di Riace ha il sapore acre di una condanna morale, di un giudizio sulla sua onestà e sul suo onore più che sui suoi comportamenti. In una terra che vive di malaffare, popolata da cordate di collusi e corrotti, questo arresto, forma ultima ed estrema da valutarsi come obbligata in ragione della pericolosità sociale del soggetto e della sua capacità di reiterare il reato, mette in cella anche la speranza che l’immigrazione se non è coniugata all’integrazione divenga solo fonte di un sentimento che si va facendo sempre più razzista, che vive sempre più nell’ossessione dell’invasione, il fatturato ultimo della propaganda salviniana.

Riace da modello salutato come esemplare nel mondo diviene crimine organizzato, da fortunata esperienza collettiva è restituito alla forma di intrapresa delinquenziale.

Il danno che si fa alla speranza, e anche alla fiducia nella giustizia, è enorme.

Capiremo meglio nelle prossime ore di quali gravissimi crimini si sia macchiato Lucano.

Ma questa misura così punitiva sconforta e un po’ mette paura.