Luigi Di Maio evocava l’impeachment, Matteo Salvini si preparava alle elezioni. Era la notte del 27 maggio e Sergio Mattarella aveva appena rispedito al mittente la squadra dei ministri proposta da Lega e Movimento 5 stelle. All’Economia c’era Paolo Savona. Sembrava l’inizio di una crisi istituzionale senza precedenti, un momento di rottura dagli esiti imprevedibili. Poi, le cose si ricomposero, con un compromesso: la nomina di Giovanni Tria al Ministero di Economia e Finanza (Mef). Un nome di mediazione, un tecnico, un professore che doveva garantire il Colle, che doveva frenare gli “eccessi”del governo del cambiamento, ma era accettabile dalla maggioranza giallo-verde.

Sono passati quattro mesi e le cose appaiono in un’altra luce. Con un ministro che ha passato mesi a garantire il rispetto dei vincoli e che alla fine è stato smentito dal suo stesso governo, costretto ad accettare il deficit al 2,4%, e ora addirittura (pare) convinto a non dimettersi da quello stesso Quirinale che lo riteneva un argine. Il dubbio appare legittimo: non è stata forse una vittoria di Pirro quella di Mattarella all’epoca della formazione del governo?

Non ha ottenuto una garanzia di facciata, adesso smentita dai fatti? Non è il 3% che vagheggia di sfondare Di Maio e sul quale riflette lo stesso Savona, è vero. Ma è abbastanza per non “demolire” il ruolo di Tria? Il percorso della manovra è all’inizio, le elezioni europee che possono cambiare tutti gli equilibri del Vecchio Continente, dietro l’angolo, le risposte arriveranno.

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