“Questa biblioteca è come una luce nel tunnel”, “non possiamo permetterci un affitto, figurarsi qualcuno che faccia ripetizioni o intrattenga i bambini mentre i genitori sono fuori a lavorare”. Chi parla è Ines, studentessa di 27 anni, abitante dell’edificio occupato di viale delle Provincie a Roma e insegnante volontaria nello spazio-studio ricavato da un vecchio corridoio usato come magazzino. I libri sono arrivati dalle donazioni dei residenti del quartiere ma “molti erano abbandonati per strada e noi li abbiamo recuperati, arrivando a quasi 500 volumi”.

Qui, nell’occupazione al civico 196, da pochi mesi è nata una biblioteca “in una situazione drammatica”, ribadisce Umberto, referente politico e punto di riferimento per le oltre 450 persone “tutti poveri e migranti” che abitano nell’occupazione. Anche lui, attivista dei Blocchi Precari Metropolitani, vive nell’edificio ex Inpdap, in una stanza che fa anche da ufficio al piano terra. “Conviviamo nella costante paura di essere sgomberati, ma abbiamo deciso di guardare al futuro e di mettere in piedi una biblioteca che speriamo di aprire al quartiere, un domani”.

Nello stabile occupato ci sono almeno 50 bambini. “La biblioteca è uno spazio per loro, dove possono giocare, studiare, conoscersi e aiutarsi l’un l’altro”, spiega Rafael, professore venezuelano laureato in Sviluppo culturale e ideatore di questa iniziativa. Rafael insegna con l’approccio del pedagogista brasiliano Paulo Freire, attraverso un’educazione orizzontale. Chi è più bravo in una materia aiuta chi riesce meno. “Il tavolo su cui si studia è circolare, così tutti si guardano e tutti sono uguali”. “Vivevo per strada a Circo Massimo quando sono arrivato a Roma nel 2014 chiedendo protezione internazionale. Poi mi sono imbattuto in una manifestazione per il diritto all’abitare, ed eccomi qua. Il progetto di biblioteca è una forma di lotta culturale ma fatta con libri, carta, matite in un posto dove l’integrazione è un processo complicato”.

A Viale delle provincie 196 vivono circa 130 nuclei in quelli che erano gli uffici dell’istituto di previdenza: marocchini, peruviani, eritrei, etiopi. Ma se chiedi a loro, ai bambini, sono tutti italiani.

A Roma “ci sono circa 20mila persone costrette a vivere nelle case occupate”, e non c’è nessuna volontà politica di risolvere questo problema”, sottolinea Umberto. E in merito alla circolare del ministero dell’Interno che prevede una stretta sulle occupazioni con censimenti e sgomberi, dice: “Noi siamo aperti al dialogo, preferiamo la casa all’occupazione, preferiamo un’alternativa. Ma se vengono con la forza, siamo costretti alla legittima difesa”.

 

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