I laici sono eletti per competenza e non in quanto esponenti dei partiti. I togati, invece, non devono seguire i diktat delle correnti alle quali appartengono. Sergio Mattarella riceve i nuovi componenti del Consiglio superiore della magistratura nella consueta cerimonia d’insediamento del plenum dopo le elezioni che hanno rinnovato Palazzo dei Marescialli. E spiega in che modo i consiglieri dovranno svolgere il proprio mandato, a cominciare dall’elezione del vicepresidente, il 27 settembre.  “I componenti laici, secondo quanto prevede lo stesso art. 104 della Costituzione, sono eletti non perché rappresentanti di singoli gruppi politici (di maggioranza o di opposizione) bensì perché, dotati di specifiche particolari professionalità, il Parlamento ha affidato loro il compito di conferire al collegio un contributo che ne integri la sensibilità”, ha ricordato il presidente della Repubblica.   “Al contempo – ha subito aggiunto – i togati non possono e non devono assumere le decisioni secondo logiche di pura appartenenza. Ciò che deve guidare i componenti – tutti – è il senso del servizio all’istituzione così come la prospettiva del servizio al Paese. Dal Consiglio Superiore della Magistratura la Repubblica si attende che questo sia l’unico criterio di comportamento”.

Indicazioni di carattere generale come anche quelle dedicate all’attenzione e la sensibilità “agli effetti della comunicazione” che non devono “orientare le decisioni giudiziarie secondo le pressioni mediatiche né, tanto meno, pensare di dover difendere pubblicamente le decisioni assunte. La magistratura, infatti, non deve rispondere alle opinioni correnti perché è soggetta soltanto alla legge”. Ma che arrivano alla vigilia di quello che è un voto fondamentale: il voto del successore di Giovanni Legnini. Le frasi del capo dello Stato, quindi, possono essere interpretate come un rimprovero alle correnti che in queste settimane hanno cercato di accordarsi per eleggere un vicepresidente dal peso politico. Mai come in questa occasione il nome del nuovo numero due di Palazzo dei Marescialli ha rappresentato un vero e proprio rebus il Movimento 5 stelle non ha volutamente fatto filtrare alcun input che indirizzasse politicamente la scelta del nuovo numero due di Palazzo dei Marescialli. I tre consiglieri eletti dal M5s, dunque, sono per il momento tutti in corsa. Si tratta di tre docenti universitari: Alberto Maria Benedetti, professore di diritto privato a Genova, Fulvio Gigliotti, ordinario a Catanzaro e storico simpatizzante del M5s, e Filippo Donati, che insegna costituzionale a Firenze. Proprio per questo motivo, negli ultimi giorni, si è assistito a una serie di manovre tra correnti di togati – guidate da Magistratura Indipendente e Unicost, titolari di dieci seggi – per trovare un accordo sul nuovo vicepresidente.

Dopo l’iniziale autocandidatura di Alessio Lanzi, professore di penale tributario a Milano eletto da Forza Italia ed ex avvocato di David Mills (prescritto per avere incassato denaro in nero da Silvio Berlusconi) e Fedele Confalonieri, il nome più accreditato come successore di Legnini è diventato quello di David Ermini, renzianissimo ex deputato e responsabile Giustizia del Pd. Sul quale avrebbero trovato la convergenza i togati di Mi, corrente conservatrice di centrodestra ma guidata da Cosimo Ferri, l’ex sottosegretario alla giustizia poi eletto dal Pd. Ermini partirebbe con undici voti certi: pochini per la prime due votazioni, quando serve una maggioranza dei due terzi. Dal quarto scrutinio, però, bastano 14 voti: in questa chiave diventano fondamentali i voti dei vertici della Cassazione,  e cioè il presidente Giovanni Mammone, di Mi, e il procuratore generale Riccardo Fuzio di Unicost. Adesso, però, le parole di Mattarella sembrano indicare al plenum un’indicazione precisa: eleggere un tecnico e non un politico. E dunque uno dei docenti eletti dal M5s. D’altra parte il vicepresidente di Palazzo dei Marescialli è sempre stato un consigliere eletto dal partito di maggioranza in parlamento.