Il suo placet è stato determinante per la pubblicazione di un’intercettazione segreta e non rilevante ai fini delle indagini. Per questo motivo è stato prima condannato, poi prescritto e ha quindi dovuto risarcire con 80mila euro la persona intercettata. Come spesso capita, però, Silvio Berlusconi sembra aver perso la memoria. E adesso dice: “La norma sulle intercettazioni va cambiata. Nessuna intercettazione deve poter essere resa pubblica”. Una sparata che supera di gran lunga quelle precedenti. Negli ultimi venticinque anni, infatti, l’ex premier si è espresso più volte contro le registrazioni telefoniche disposte dall’autorità giudiziaria durante le indagini. Ai tempi in cui era al governo ha cercato più volte di neutralizzare quello strumento considerato dai magistrati tanto efficace nelle inchieste su corrotti, mafiosi, corruttori. Il ddl presentato nel 2008, cioè la famigerata legge Bavaglio, rappresenta forse il tentativo più avanzato di ridurre l’utilizzo delle intercettazioni telefoniche e la loro pubblicazione da parte dei giornali. La scusa – anche negli anni successivi – è più o meno sempre la stessa: la tutela della privacy. “Nessuno può fare un commento birichino anche alla propria moglie e quando miè apitato di chiedere: chi si fida ancora di usare il telefono? Nessuno ha alzato la mano. Bisogna cambiare. Il diritto alla privacy deve essere prevalente”, diceva per esempio Berlusconi durante la campagna elettorale per le politiche del 4 marzo scorso.

Fassino a Consorte: “Abbiamo una banca” – Mai però l’ex cavaliere si era spinto a ipotizzare il divieto assoluto di pubblicazione. E dire che lui dovrebbe essere un esperto di intercettazioni segrete, non ancora depositate e neanche trascritte, finite comunque sui giornali. Anzi, sul Giornale, nel senso del quotidiano di famiglia. Nel suo sterminato curriculum giudiziario, infatti, Berlusconi ha collezionato anche una prescrizione per rivelazione di segreto di ufficio in concorso. Una vicenda che lo stesso ex premier sembra aver dimenticato, ma che ha animato parecchio il dibattito politico negli anni scorsi. Talmente tanto da essere ricordata come il Watergate italiano. Era l’ultimo giorno del 2005 quando il quotidiano Il Giornale, edito dal fratello Paolo, pubblicava l’ormai notissimo testo dell’intercettazione tra Piero Fassino e Giovanni Consorte. “Abbiamo una banca“, diceva l’ex segretario dei Ds all’allora amministratore delegato di Unipol. Erano i giorni in cui si preparavano le politiche del 2006 e quell’intercettazione aveva trascinato tra le polemiche Fassino e tutto il centrosinistra. Alla fine l’Unione di Romano Prodi vinse comunque le elezioni, ma solo con 24mila voti di vantaggio. E quell’intercettazione – secondo molti – ebbe un ruolo fondamentale nella rimonta della coalzione di centrodestra.

“Silvio ascoltò e disse: caz…” – A sostenerlo sono i giudici che hanno prima condannato e poi considerato prescritto Berlusconi. L’intercettazione Fassino – Consorte, infatti, era piena di omissis perché considerata irrilevante dagli investigatori della Guardia di Finanza, che non la depositarono agli atti di una inchiesta della procura di Milano sulla scalata Bnl. Alla vigilia di Natale del 2005, però, quella registrazione venne portata ad Arcore dagli imprenditori Fabrizio Favata e Roberto Raffaelli.  “Ad Arcore arrivammo alle 19. Eravamo io, che lavoravo con Paolo Berlusconi, e Roberto Raffaelli, amministratore delegato della Rcs, grande azienda che forniva a molte procure italiane le macchine per le intercettazioni telefoniche. Arrivò anche Paolo Berlusconi”, ha raccontato Favata – poi condannato per estorsione – al Fatto Quotidiano. “Paolo disse: ‘L’ingegner Raffaelli ti ha portato da ascoltare qualcosa di molto interessante’ –  ricorda Favata – A quel punto Raffaelli aprì il suo computer e lo attivò. Così partì l’intercettazione con il dialogo tra Fassino e Consorte. Quando sentì le voci, il presidente spalancò gli occhi e fu molto presente. Ascoltò  ‘abbiamo una banca’ e tutto il far di conto dei due. L’apoteosi fu quando sentì l’allora segretario dei Ds che raccomandava all’allora presidente di Unipol di ‘preparare un bel piano industriale, affinché non sembrasse un’operazione politica’. Ci fu una gran risata e il presidente uscì con un’espressione colorita: ‘ Caz…”. Quella conversazione sarà pubblicata alcuni giorni dopo sulle pagine del quotidiano di via Negri.

Condannato e prescritto – Per quella vicenda Berlusconi sarà condannato in primo grado a un anno per concorso in rilevazione di segreto d’ufficio e prescritto in appello. “È indubbio che il placet” dell’ex premier ha avuto “efficacia determinante ai fini della pubblicazione della notizia”, scrisse la Cassazione motivando la sentenza con la quale il 31 marzo 2015 aveva confermato la prescrizione per i fratelli Berlusconi. “In buona sostanza – proseguivano gli ermellini – Silvio Berlusconi, chiamato a decidere sul punto dopo avere ascoltato la registrazione coperta da segreto, ha sostanzialmente dato il via, con il suo assenso e con il suo beneplacito, alla pubblicazione della notizia, rendendosi responsabile di concorso nel delitto di rivelazione di segreto di ufficio, trattandosi con tutta evidenza di una notizia tuttora coperta dal segreto, in quanto non appresa legittimamente da alcuno e dunque non caduta in pubblico dominio ed essendone rimasta confinata la conoscenza all’interno della ristretta cerchia degli imputati”.

“Da quell’intercettazione vantaggio in politica” – I giudici di primo grado avevano condannato l’ex premier sottolineando come le parole di Fassino fossero rimaste impresse nella memoria collettiva tanto “da rimanervi dopo anni” . In secondo grado, invece, la corte d’Appello aveva dichiarato la prescrizione del reato e nelle motivazioni aveva messo nero su bianco come da quella pubblicazione Berlusconi avesse tratto “vantaggio nella lotta politica”. Secondo i magistrati della corte d’appello la telefonata permise al centrodestra di realizzare un’insperata rimonta alle elezioni del 2006. E infatti, nonostante la prescrizione scattata già nel 2013, per quei fatti i magistrati hanno riconosciuto un risarcimento da 80mila euro a favore di Fassino, parte lesa della pubblicazione illegittima della telefonata. “La condotta di avallo e consenso alla pubblicazione della intercettazione – spiegavano gli ermellini – oltre a costituire un concreto contributo causale alla produzione del danno è risultata determinante in quanto senza il placet di Silvio Berlusconi la notizia presumibilimente non sarebbe stata pubblicata”. Insomma, per mantenere segreta la registrazione tra Fassino e Consorte non serviva la riforma delle intercettazioni, auspicata oggi da Berlusconi. Sarebbe bastato non violare la legge.

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