Nella sua “Relazione sul funzionamento del Sistema di accoglienza” presentata alla Camera dei Deputati, il 14 agosto scorso, Matteo Salvini definiva il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (Sprar)  “un ponte necessario all’inclusione”. A poco più di un mese di distanza, il ministro dell’Interno e il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, presentano un decreto legge sull’immigrazione approvato dal Consiglio dei Ministri che ridimensiona il programma Sprar, destinato all’accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo, riservandolo solo a chi ha già ricevuto la protezione internazionale e ai minori non accompagnati.

Sistemi di accoglienza diffusa, i progetti Sprar (circa 877 a luglio 2018, di cui 681 ordinari, 144 per minori non accompagnati, 52 per persone con disagio mentale e disabilità) sono realizzati in collaborazione con gli enti locali (653 comuni, 19 Province, 28 Unioni di Comuni e 54 altri enti per un totale di 1200 comuni coinvolti), e finanziano ad oggi 35.881 posti. Storie d’integrazione, dove i rifugiati o richiedenti asilo vengono tolti dalla strada per essere avviati in un processo di autonomia, soprattutto tramite tirocini, lavori socialmente utili, lavori veri e propri.

Il decreto non è retroattivo: chi è attualmente negli Sprar non perderà alcun diritto, nel senso che può rimanere fino alla fine del progetto. Da oggi, però, potrà accedere ai progetti d’integrazione solo chi ha visto la sua domanda di protezione internazionale approvata. Tutti gli altri, ovvero i richiedenti asilo che si stima rappresentino circa la metà dei beneficiari dei progetti Sprar, verranno invece rimandati inevitabilmente nei Centri di accoglienza straordinaria (Cas) che a differenza dello Sprar, che è l’unico sistema pubblico di accoglienza dove ogni euro è rendicontato, sono spesso strutture private finanziate da soldi pubblici e permeabili alla corruzione: le inchieste hanno sempre riguardato i Cas e mai gli Sprar. Inoltre, nei Cas gli stessi immigrati sono meno controllabili e la loro gestione è molto più complessa. Il rischio, dunque, è che ci siano molti più immigrati in giro “senza occupazione” e “senza far nulla”, con conseguente aumento delle difficoltà d’inserimento nelle comunità cittadine. O almeno questo è quello che denunciano gli addetti ai lavori

Dura è la reazione di chi gli Sprar li gestisce, come Daniela Di Capua, direttrice del Servizio Centrale dello Sprar. “Il decreto immigrazione abbassa i costi e quindi gli standard dei servizi di accoglienza”, dice al Ilfattoquotidiano.it. “Il risparmio è apparente – continua – perché produrrà costi sociali a carico dei comuni e quindi dei cittadini. Un’accoglienza adeguata non va solo a vantaggio degli accolti ma anche dei territori, perché previene problemi d’integrazione, di marginalità sociale e anche di sicurezza. Siamo inoltre molto preoccupati per le categorie più vulnerabili, vittime di tortura o di tratta, per le famiglie con bambini, per le persone con problemi di salute mentale, che troveranno accoglienza nello Sprar solo se e quando già titolari di protezione internazionale. Non si tratta solo di tutelare i diritti umani nel modo migliore, ma anche di pensare a come renderli armoniosi con le comunità locali”.

L’altra voce fortemente critica verso il decreto è quella degli enti locali, che dei progetti Sprar sono l’attuazione pratica e che in questi anni hanno imparato a pensare progetti d’integrazione diffusi sul proprio territorio. “Il governo decide di ridimensionare il sistema di accoglienza a favore del sistema emergenziale dei centri di prima accoglienza”, dichiara il delegato dell’Anci per l’immigrazione e sindaco di Prato, Matteo Biffoni. “Come abbiamo avuto modo di dire altre volte – continua – è una scelta che avrà ricadute sui territori: una maggiore concentrazione della presenza degli stranieri, con l’inevitabile maggiore difficoltà nella gestione dell’integrazione, e il venir meno della clausola di salvaguardia, quel criterio che, parametrando il numero di ospiti al numero di abitanti, salvaguardava la convivenza degli uni e degli altri, questione centrale per i sindaci che della vivibilità dei territori sono primi garanti”. Biffoni punta il dito contro i Cas, che con questo decreto tornano drammaticamente in primo piano. “Sono proprio i centri come quelli di accoglienza straordinaria ad aver creato più malcontento tra la popolazione per l’eccessivo impatto sulle comunità e la mancanza di adeguati percorsi di integrazione. Non sono opinioni, sono fatti puntualmente riportati dalla stampa. Non comprendiamo il senso di questa scelta. Nei mesi scorsi sono state attivate tante e importanti collaborazioni virtuose tra sindaci e prefetti, collaborazioni che sono state l’ossatura di una gestione coordinata del problema. Perché davanti a un sistema di accoglienza diffusa che funziona ed evita conflitti sociali sui territori si cambia completamente rotta? Il Governo ha deciso di andare avanti da solo. Di non parlare con i Comuni che ad Anci hanno espresso in maniera inequivocabile tutta la loro preoccupazione, anche di tenuta dell’ordine pubblico, di insicurezza, di lacerazione della coesione sociale”.