Il “mondo di mezzo” non esiste solo nella Roma di Mafia Capitale. Anche in Toscana c’è una mafia sfuggente, invisibile e meno localizzata che trova terreno fertile nel mondo della politica e dell’impresa arrivando a costituire dei “veri e propri comitati di affari” con i colletti bianchi. A scriverlo nero su bianco è il secondo Rapporto sui fenomeni di criminalità organizzata e corruzione presentato venerdì e curato dalla Scuola Normale di Pisa su commissione della Regione Toscana. Non solo: escludendo Sicilia, Campania e Calabria, secondo le statistiche ufficiali negli ultimi tre anni la Toscana è la prima regione in Italia per numero di arresti e denunce con l’aggravante del metodo mafioso e per questo “si conferma un contesto economico favorevole, oltre che vantaggioso, per gli investimenti criminali”. Un quadro desolante riguardo ad una delle Regioni più ricche d’Italia che fino a pochi anni fa si credeva immune da qualunque tipo di infiltrazione mafiosa e che oggi fa gridare l’allarme al Presidente della Regione Enrico Rossi: “Non siamo come la Calabria ma non si può coltivare l’idea di una Toscana felix – ha detto venerdì – dobbiamo invece essere preoccupati, prenderne consapevolezza, reagire”.

Mafia e politica: la logica del “comitato d’affari”
L’infiltrazione della criminalità organizzata in Toscana non avviene secondo il canone classico degli “insediamenti organizzativi autonomi” delle quattro mafie tradizionali (Cosa nostra, camorra, ‘ndrangheta e Sacra corona unita), ma gli studiosi mettono in evidenza come le inchieste giudiziarie facciano emergere “tracce” di penetrazione della criminalità organizzata nel territorio toscano e soprattutto un modo nuovo di incunearsi nel sistema economico regionale: se non si può parlare di “colonizzazione organizzata”, è innegabile la “penetrazione economica dei clan nell’economia regionale”. E questo avviene tramite il cosiddetto “controllo funzionale” (più che territoriale) nello svolgimento delle proprie attività illecite: “In altre parole – si legge nel rapporto – questi gruppi criminali tendono a realizzare le proprie attività economiche su più territori, concentrandosi in uno specifico settore criminale (o legale), e aspirando ad assumerne un controllo o una quota di mercato significativa”. Secondo i dati della Dia (Direzione Investigativa Antimafia), infatti, sono 78 i clan che hanno sviluppato attività economiche in regione, di cui il 48% fa riferimento alla ‘ndrangheta calabrese e il 41% alla camorra campana mentre a Cosa nostra e alla Sacra corona unita restano solo le briciole (11%). Il modus operandi dei clan si basa da un lato sul fenomeno della corruzione “che tende a farsi sistemica” e dall’altro sul metodo mafioso che “trova espressione in un repertorio inquietante di messaggi, linguaggi, segnali, atteggiamenti, regole, in parte mutuati da quelle delle tradizionali organizzazioni mafiose”. E questo, sottolineano gli studiosi, è possibile solo grazie all’opportunità degli attori criminali “di sedersi attorno a tavoli diversi con esponenti del mondo dell’amministrazione, dell’imprenditoria, delle professioni, della finanza, per ‘fare affari’ e stringere accordi”. Ed è proprio il rapporto tra mafia e politica – che ha caratterizzato le inchieste giudiziarie degli ultimi trent’anni (da ultima quella sul “Mondo di Mezzo” a Roma) – a tornare ancora una volta anche in una Regione che fino a pochi anni fa sembrava immune: “Nel contesto toscano le organizzazioni mafiose giocano di sponda cercano e trovano interlocutori come quello dei mercati illegali tradizionali, con la pubblica amministrazione e il mondo dell’impresa con cui fare affari. Si può quindi parlare di rapporti ibridi e contaminazioni della criminalità organizzata nella politica o nella società civile: la logica che prevale è quella del ‘comitato di affari’ che lega le mafie tradizionali ai gruppi affaristici. Una commistione più difficile da perseguire penalmente”, spiega al fattoquotidiano.it Alberto Vannucci, Professore ordinario di Scienza Politica all’Università di Pisa e coordinatore del gruppo di ricerca dello studio.

Aggravante mafiosa, la Toscana è la prima in Italia per arresti e denunce
Se negli ultimi sedici anni, in Toscana il numero di condanne in via definitiva per il reato di associazione di stampo mafioso rimane piuttosto limitato (14) e in linea con le altre regioni d’Italia a non tradizionale presenza mafiosa, il dato più preoccupante è quello relativo alle denunce e agli arresti con l’aggravante mafiosa che negli ultimi tre anni hanno fatto diventare la Toscana come la Regione d’Italia più colpita dalle inchieste della magistratura, dopo Sicilia, Campania e Calabria: 223 persone che “attraverso le proprie condotte illecite hanno avuto quale finalità il favoreggiamento di organizzazioni criminali di stampo mafioso, e/o abbiano utilizzato un modus operandi mafioso nel realizzarle” (sono 166 nel Lazio, 101 in Lombardia e 43 in Piemonte). Inoltre – escludendo ancora le tre Regioni storicamente a presenza mafiosa – ben il 30% delle persone arrestate o denunciate con l’aggravante mafiosa in tutta Italia è riconducibile alla Toscana. “Anche se questi numeri non costituiscono l’evidenza giudiziaria di un radicamento organizzativo nella regione – si legge nel rapporto presentato venerdì – comunque permettono di comprendere la rilevanza del problema mafia nei suoi territori e della diffusione più mimetica di un metodo mafioso nella realizzazione delle attività illecite”. Nonostante questo, sottolineano gli studiosi, la magistratura sta cercando di prendere le dovute contromisure affermando l’esistenza dell’aggravante mafiosa alla semplice associazione a delinquere. Su questo tema però le evidenze giudiziarie ancora oggi sono spesso contraddittorie: basti pensare alla sentenza del marzo scorso con cui il Tribunale di Lucca ha emesso condanne per un totale di 35 anni nei confronti di esponenti del clan Bidognetti (braccio destro dei Casalesi) e, dall’altra parte, l’inchiesta “China Truck” in cui il Tribunale del Riesame di Prato e poi la Cassazione hanno smontato l’impianto accusatorio della procura che si basava sull’aggravante mafiosa.

Le aree più colpite e il “sistema Prato”
Prato e tutta la costa. In base ad un’analisi sui 12 reati più frequenti, il rapporto sulla criminalità organizzata in Toscana individua le quattro province più a rischio di tutta la Regione: il distretto di Prato e le tre principali province della costa – Massa Carrara, Livorno e Grosseto – che secondo il governatore Rossi rappresentano “le aree della nostra Regione storicamente più fragili da un punto di vista economico” e quindi “quelle più esposte ai rischi di inquinamento criminale”. E proprio da questa analisi emergono alcuni record negativi: il porto di Livorno, dopo quello di Gioia Tauro, è il primo in Italia per sequestri di cocaina mentre la provincia di Prato è la prima in tutto il paese per reati di riciclaggio con livelli venti volte superiori alla media nazionale.

E proprio a Prato il rapporto dedica un capitolo a sé: questo è un territorio particolarmente fertile per l’espansione delle organizzazioni criminali perché mette insieme la più importante realtà produttiva dei migranti cinesi in Europa allo sviluppo di mercati illegali come quello dell’usura, della prostituzione e dello spaccio di stupefacenti. Qui, oltre agli insediamenti di Cosa nostra e camorra (in questo caso con dei veri e propri “gruppi armati” formati da una decina di affiliati), gli studiosi rilevano la presenza delle cosiddette “nuove mafie”, ovvero quei gruppi “formati prevalentemente da soggetti stranieri o autoctoni che adottano strutture organizzative e modalità operative assimilabili a quelle delle organizzazioni di stampo mafioso”. In particolare, la mafia cinese che ricorre sia “alla risorsa violenta che a meccanismi di legittimazione e capitalizzazione del consenso” per infiltrarsi nei segmenti di mercato legale e illegale spesso grazie al contributo di professionisti italiani “che fluidificano e rendono possibili le condotte illegali”.

Beni confiscati: solo il 20% è stato assegnato
Uno dei capitoli più spinosi è quello relativo ai beni confiscati alla criminalità organizzata, ovvero quegli immobili che sono passati nelle mani del demanio perché considerati frutto di traffici. Secondo le statistiche ufficiali, in Toscana il numero dei beni confiscati è cresciuto del 35% solo nell’ultimo anno con 364 beni tra immobili (10° in Italia) e aziende (8°). I beni confiscati inoltre si concentrano soprattutto nell’area del fiorentino (72, ben il 20% del totale), poi Pisa (18%), Lucca (14%) e infine Livorno (10%). Ma il problema riguarda l’assegnazione di questi beni che dovrebbero, per legge, svolgere una funzione sociale rivolta alla cittadinanza: dei 364 beni totali, solo 71 (il 20%) è stato assegnato mentre i restanti 293 (l’80%) rimangono in attesa di una destinazione finale in possesso dell’Agenzia Nazionale. Se però si considerano solo i beni “destinabili” (cioè già in possesso dell’Agenzia) allora si passa dal 20 al 38% di immobili e aziende già assegnate. Nonostante i ritardi e le difficoltà anche di carattere culturale delle amministrazioni nell’assegnare i beni confiscati, gli studiosi che hanno curato il rapporto mettono in evidenza il “miglioramento” rispetto all’anno precedente (+31%). “Quello dei beni confiscati è un punto dolente – continua Vannucci – sul tema c’è una scarsa attenzione della pubblica amministrazione e in alcuni casi può sorgere il sospetto che alla politica non convenga riconvertire questi beni confiscati ai mafiosi: non portano voti ma solo grane. Per questo dalla società civile potrebbe arrivare un impulso a velocizzare il recupero di questi beni”.

“La mafia non minaccia ma corrompe”
Se la criminalità organizzata riesce a proliferare in tutta la Regione è anche grazie al fenomeno corruttivo. Secondo le statistiche Istat a cui fa riferimento il rapporto, quasi un toscano su dieci dichiara di essere stato corrotto o concusso, o di averne subito solo un tentativo ma se il coinvolgimento degli attori politici toscani nei fenomeni corruttivi “risulta marginale” (solo 2 negli ultimi due anni), lo stesso non si può dire per manager privati e funzionari della pubblica amministrazione a cui sono destinati metà dei favori. I settori più vulnerabili rimangono quelli degli appalti per le opere pubbliche o quelli relativi al sistema sanitario toscano, quarto in Italia per efficienza. “In Toscana il mafioso non minaccia ma usa la corruzione – conclude il Professor Vannucci – ed è vero che non siamo come la Calabria perché qui è presente un insieme di anticorpi più efficiente ma allo stesso tempo le organizzazioni mafiose si adattano al contesto toscano modificando il proprio modo di agire e plasmandosi alle nostre realtà mutando pelle come serpenti”.