150 volte al giorno controlliamo il nostro smarthphone, mediamente ogni sei minuti. Lo scrive il guru della comunicazione Giuseppe Riva nel suo pamphlettino Fake News (Il Mulino). Da questo dato spaventoso è partito il Forum Web e comunicazione. La verità ai tempi delle fake news, promosso da Casa Corriere. Dall’alba dell’era Gutenberg alla società liquida di Zygmunt Bauman, il suo incipit fa scuola: “La modernità è la convinzione che il cambiamento è l’unica cosa permanente e che l’incertezza è l’unica certezza” .

Simbolica la scelta del luogo fortemente voluto dall’eclettica Laura Valente, presidente della Fondazione Donnaregina per le Arti contemporanee: la Biblioteca Nazionale di Palazzo Reale a Napoli, un scrigno di sapienza sottochiave che custodisce anche una pietra di basalto datata 1000 a.c. con caratteri del primo alfabeto berbero. Il contrasto è ancora più stridente, sale solitamente non aperte al pubblico (per mancanza di personale) in mezzo alle boiserie che racchiudono papiri ercolanesi, libri del Quattrocento e  i manoscritti di Giacomo Leopardi aleggia il fantasma delle fake news.

Come riconoscerle, come difenderci e perché ci caschiamo.  Cosa fare per distinguere disinformazione (la deliberata creazione e diffusione di informazioni false) dalla misinformazione (la condivisione involontaria di informazioni false).

Fa gli onori di casa Enzo d’Errico, direttore del Corriere del Mezzogiorno: “Oggi i grandi editori non sono più quelli storicamente noti, ma Google e Facebook. Sono loro che divulgano le informazioni in tempo reale. Ma ovviamente sono notizie non certificate. Un giornale, pur non esente da errori, verifica le fonti e crea coscienza critica”. Alla stampa dunque  il ruolo del contro/potere, fare da cane da guardia contro gli avvelenatori del pozzo. Un passo indietro: la madre di tutte le fake news fu quella sparata grossa da Colin Powell al Consiglio delle Nazioni Uniti sul possesso delle armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein che portò l’America all’invasione dell’Iraq. Le fake news di propaganda ci sono sempre state, anche in regimi democratici, ma oggi invadono e influenzano quotidianamente la politica e sono mosse da differenti interessi. Un tempo si diceva: lo ha detto la televisione, lo ha scritto il giornale e ci credo. Oggi si va su wikipedia e le false notizie sono più difficili da rimuovere. Fake news è il termine dell’anno 2017 secondo il Collins Dictionary, una sorta di bibbia della filologia. Secondo una ricerca dell’Osservatorio News-Italia il 70 per cento degli italiani si informa su Internet (carta stampata al capolinea) e il 53 per cento afferma di essersi imbattuto in contenuti falsi o parzialmente falsi.

Con l’avvento dei social media è scomparso il solco che divideva il mondo reale dal mondo virtuale. Oggi quello che si trova on line è un mondo post-verità, al cui interno le notizie deliberatamente false o distorte sono usate per orientare anche in maniera significativa decisioni individuali, soprattutto in relazione allo scontro politico e alle scelte elettorali. Fake news è solo un nuovo modo per definire i processi di disinformazione che da sempre sono presenti nella sfera pubblica, dai tempi dell’agorà. Fake news sono le spine nel fianco della libertà di stampa. Fake news sono le nostre care bufale.

I falsi profili delle “cyber truppe” sono invece l’altra faccia della stessa medaglia: come smascherarli. “Su Instagram e Facebook proliferano profili fake seguiti da 100mila e passa followers – spiega Luca Morieri, social media manager di celebrities – si tratta di modelle e modelli creati digitalmente al computer che riescono a trovare un enorme consenso e una schiera di fan. Unico problema non sono reali. Sui social network si ingegnano i maghi del Photoshop: ormai tutto viene ritoccato, non più solo viso e  corpo, ma anche luoghi e  panorami, per cercare di far colpo con la foto perfetta. Sui social è facile mentire, d’altronde si tratta di un nostro avatar, un profilo virtuale che possiamo modificare come meglio crediamo e che non deve per forza rispecchiare la nostra identità”.

Soprattutto se ci piacciamo poco. Basta, poi, mettere cento like su Facebook ed è possibile costruire giudizi molto accurati  sulla personalità di un individuo. Informazioni utili per somministrargli pubblicità ma anche per manipolare il suo consenso. E, a dargli una mano, scendono in rete i Bot (robot digitali), grandi alleati dei signori della rete, che comprano manciate di falsi follower. Sul Far West della rete vigilano i content moderator, i censori della rete. Ma sono ancora troppo pochi. Ragazzi alla ricerca di un impiego e con un minimo di conoscenza dei social media, cosa aspettate, compilate i vostri curriculum e spediteli a Google.

Nel web 2.0, 3.0, raggiungere la fama velocemente è un must dal quale nessuno vuole sottrarsi. Profetico Andy  Warhol, influencer senza social: “In futuro tutti saranno famosi per 15 minuti”. Invece ci sono dubbi anche sulla paternità della frase, simbolo di un’intera ideologia. A detta del critico d’arte Blake Gopnik  potrebbe non essere altro che una falsa attribuzione: non è stato infatti Warhol a pronunciarla per la prima volta, ma il fotografo Nat Finkelstein. Andy ha solo preso quella frase e l’ha fatta sua. Fake news ante-litteram.

Instagram januaria piromallo