di Franco Valenzano

Si parla di chiusure domenicali dei centri commerciali e, spesso, non si tocca il cuore del problema. Monti avviò la liberalizzazione in maniera zoppa. Mancò di inserire alcuni fondamentali palettia tutela dei diritti dei lavoratori coinvolti. Sopravvalutò la correttezza delle organizzazioni a capo della grande distribuzione. La gestione delle aperture domenicali avrebbe dovuto portare ad incrementi di nuove assunzioni, nelle sue previsioni. I gestori, invece, risposero eliminando unilateralmente il congruo incremento percentuale dello straordinario, fino ad allora previsto. “La domenica è divenuta parte integrante dell’orario di lavoro ordinario”. Bastò spalmare su quest’ultimo gli stessi lavoratori di prima.

Non una sola nuova assunzione. Non solo, allungarono gli artigli anche su festività fino ad allora tabù, come il giorno di Natale,  di Pasqua ecc.. Chi ha i nervi scoperti a causa di questa vergognosa, vertiginosa, caduta di diritti e stipendi, che ha toccato  centinaia di migliaia di lavoratori, oggi, manderebbe volentieri a quel Paese (voglio essere buono) chi strepita contro la revisione di un provvedimento zoppo e malfatto. A questi non importa che, per gli addetti  del settore, dall’oggi al domani, oltre alla sparizione dello straordinario festivo, si sia drasticamente rarefatta anche la possibilità di stare insieme alle loro famiglie.

Una domenica ogni mese e mezzo circa, fino a ieri. Oggi: una sì ed una no. Quando va bene. Il mese di dicembre neppure una a casa, festività idem. Pregano, inoltre, in ogni periodo dell’anno, che non accada un collega si ammali. Poiché, con i ranghi endemicamente ridotti all’osso, li chiamano a casa per “chiedere”  loro di rientrare al lavoro, a tappare il buco.  Devono, ovvio. Poiché un No si riverbererà sull’assegnazione di turni da inferno per le prossime settimane. Non solo. La possibilità di sostituirli in uno schiocco di dita, con veloci assunzioni temporanee praticamente ad libitum,  è il manganello virtuale agitato dai gestori nei confronti dei propri addetti. Dall’oggi al domani, ritrovatisi nella quasi impossibilità di far valere i propri diritti, seguendo il destino di quel piano pericolosamente  inclinato, precarizzato e schiavizzato, che seguitano a definire “lavoro”, su cui cadono i più, vecchi e giovani.

Diamo un occhio oltre confine per prendere lezioni di civiltà. Da quelle popolazioni che, proprio noi, abbiamo civilizzato in un remoto passato. In Germania i centri commerciali chiudono alla domenica.  Qualcuno resta aperto fino mezzanotte, in settimana. Ma la domenica chiusura totale o quasi (restano aperti panetterie, distributori di benzina e altri particolari attività di settore). In famiglia, a viversi i propri figli, mogli, mariti, riuscendo a immaginare altro e di più coinvolgente di un supermercato.

Di cosa stiamo parlando in fondo? Di servizi primari irrinunciabili poiché determinanti la vita o la morte, la sicurezza , le cure sanitarie? No, stiamo parlando di necessità finte quali quelle “di fare la spesa o acquistare un qualsiasi bene”, anche la domenica. Che non sono paragonabili a quelle erogate da un ospedale, medici e infermieri  o dalle Forze di sicurezza, ecc. Che, pure, non hanno fatto registrare alcun equivalente vissuto in termini di un abbattimento dei loro diritti, del loro stipendio, della loro condizione stabile di lavoratori.

Stiamo parlando, quindi, di salvaguardare il diritto di vivere a numerosissimi lavoratori di un settore importante sicuramente, ma non prioritario. Stiamo parlando di cercare di ampliare lievemente quello già scarsissimo tempo che, questo stupido liquido in cui siamo immersi, concede a padri e madri per crescere i propri figli.
Anche coloro che si identificano con la cosiddetta “sinistra”, sembrano aver sposato le parole chiave di cui quel liquido è composto: consumismo, mercato e profitto, profitto, profitto! L’uomo non è ormai più al centro della sua stessa vita. Vada a farsi fottere. Incapace di immaginarsi qualcosa di diverso dalla capatina domenicale al centro commerciale.

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