Arriverà anche papa Francesco per ricordare i 25 anni dall’assassinio di don Pino Puglisi. A Palermo c’è attesa per il pontefice. “Dal 1993 a oggi i parroci, le realtà parrocchiali, la chiesa di Palermo, sono stati e sono presenti con lo spirito e il metodo di don Pino Puglisi, mettendosi di traverso alla politica e alla criminalità, oppure ha finito per prevalere un cattolicesimo che non sposta una foglia?”. A porsi la domanda sulle colonne palermitane di Repubblica è Francesco Palazzo, un amico stretto del beato Giuseppe Puglisi a Brancaccio, quartiere di Palermo. “La mafia e la cultura mafiosa non sono state sconfitte”, gli fa eco Pino Martinez, un altro degli amici e collaboratori del prete palermitano, ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993. E per ricordare i 25 anni dell’assassino di “3P” (padre Pino Puglisi, come lo chiamavano gli amici), papa Francesco domenica prossima andrà in visita a Brancaccio, il quartiere dove operò il prete e comandavano i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, accusati come mandanti dell’omicidio eccellente. Uno dei pm che portò all’arresto dei registi e dei killer di don Puglisi è Luigi Patronaggio, oggi procuratore ad Agrigento che indaga sulla nave Diciotti.

Salvatore Grigoli, uno dei killer di don Puglisi, autore di 46 omicidi, così ha raccontato a Famiglia Cristiana le ragioni perché la mafia decise di uccidere il parroco di Brancaccio: “C’era la convinzione che il Centro Padre nostro, creato da don Puglisi, fosse un covo di infiltrati della polizia. Poi si scoprì che non era vero. Ma innanzitutto perché nelle prediche, a messa, parlava contro la mafia e la gente sentiva questo suo fascino, soprattutto i giovani“.

Nato a Palermo il 15 settembre del 1937, don Puglisi divenne parroco di san Gaetano, a Brancaccio, nel 1990 e subito si occupò delle condizioni di degrado del quartiere: non c’era una scuola, un presidio sanitario, non funzionavano le fogne. E da subito il nuovo parroco fondò il centro Padre Nostro per istruire i ragazzi e toglierli dalle “fauci” della mafia che li instradava nel mondo del crimine. “Don Puglisi è stato ammazzato perché ci toglieva i ragazzi”, hanno detto alcuni mafiosi nel corso del processo ai mandanti e agli assassini del prete.

L’attivismo sociale di don Puglisi entrò in rotta di collisione con la mafia e nell’estate delle stragi (Firenze, Roma e Milano), quasi a epilogo di una stagione di morti e paura, orditi dai fratelli Graviano dalla loro villa a Forte dei Marmi, il 15 settembre, nel giorno del suo compleanno, proprio mentre rincasava a casa, don Pino fu ucciso. E vent’anni dopo, il 25 maggio 2013, è stato beatificato dalla Chiesa, non senza dubbi e tortuosità teologiche. “Papa Francesco viene a Palermo come pellegrino a visitare i luoghi del martirio di don Pino Puglisi, un testimone che ha effuso il suo sangue in nome di Cristo in questa amata e martoriata Sicilia. Viene a confermare una Chiesa nella testimonianza, a confermare la nostra Sicilia in questo percorso, che ci vede sempre coinvolti nella costruzione della giustizia e della pace», ha spiegato monsignor Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo.

Molto atteso il discorso che il papa farà sulla mafia e sui migranti (“il Papa porterà l’immagine di una Chiesa e una città che accolgono tutti coloro che approdano a Palermo”). Sulla mafia la Chiesa è stata divisa. “Quando ero procuratore a Palermo, dal 1993 al 1999, ogni domenica per ragioni di sicurezza cambiavo la chiesa dove andavo a messa. Bene, in nessuna messa ho mai sentito un prete parlare di mafia”, racconta Gian Carlo Caselli. Nel ’93 qualcosa o forse molto è cambiato, non solo per l’uccisione di don Puglisi, ma anche per il discorso che Giovanni Paolo II tenne il 9 maggio dello stesso anno nella valle dei templi di Agrigento: “Convertitevi, un giorno verrà il giudizio di Dio”, gridò il pontefice. E poi nel 2013 la beatificazione di don Puglisi, il primo prete salito agli onori degli altari in “odium fidei”, per l’odio della fede. Il primo beato anti-mafia. E ora la parola passa a papa Francesco.