Gianfranco Lande, detto il Madoff dei Parioli, ha fregato un sacco di gente. Broker di provata esperienza ha fatto evaporare circa 300 milioni di euro. Prometteva a una clientela affezionata e selezionata dal 6 al 20 per cento di interessi sui conti aperti presso la sua società. Lo Stato italiano, nella convenzione con Autostrade, si è posto nel mezzo: ha garantito all’investitore (sic!) una remunerazione fissa mai al di sotto del 10 per cento e, a differenza di Madoff, ha onorato l’impegno.

Una bellezza, una magia, un sogno d’altri tempi, giacché quella cifra tonda e pingue sarebbe divenuta una rendita parassitaria, una assicurazione sulla vita per un pugno di già ricchissime e influenti famiglie.

Come sia stato possibile che lo Stato italiano, che paga ai suoi creditori tassi non superiori al 4 per cento se va bene (ma mediamente la percentuale è di molto inferiore) si sia travestito appunto dal generoso Madoff che abbiamo conosciuto alcuni anni fa, non è un mistero. È invece soltanto una vergogna.

Stilare accordi capestro di tale portata, per cifre di tale dimensione e su beni di tale rilevanza è un atto anzitutto criminale, prima ancora che squalificante.

Il governo è stato Cavalier servente del privato, non il proprietario di un servizio primario che la collettività paga e ripaga.

Bene fa, in questo caso, Luigi Di Maio a imporre una rottura, una scelta netta di cambiamento. E’ appunto questo il cambiamento che ci si augura: far arricchire un po’ di meno i già ricchi, e aiutare un po’ di più gli ancora poveri. Ed è questo il tema che deve tenere banco nel dibattito politico: come lo Stato spende i suoi soldi, a chi li toglie e a chi li regala.

Altro che gli sbarchi di centotrentasette disperati. Queste sono armi di distrazioni di massa che naturalmente Matteo Salvini usa forse anche per nascondere, guarda un po’ tu, la prudenza che sfiora la sudditanza, della Lega nei confronti di Autostrade.

Ah, già, dimenticavo che Salvini autorizzò col suo voto in Parlamento la concessione capestro e ogni altra cornucopia.

Matteo o lo smemorato di Collegno?