Caro capo ultrà, o se preferisci, caro Diabolik o Pluto, mi rivolgo a chi è l’artefice del volantino sessista girato nella curva della Lazio, ieri sera, prima della partita contro il Napoli, quello che prescrive di non portare “donne, mogli, fidanzate” nelle prime dieci file dello stadio. A te, caro nostalgico del patriarcato, voglio fare un paio di domande.

Come potrai immaginare, da donna e tifosa, ho qualche problema ad accettare il tuo “codice non scritto”. Dunque ti chiedo: cosa mi rende inadeguata alla curva? Non sono forse in grado di intonare cori, sventolare bandiere, tenere in mano uno striscione? Oppure, in quanto uterina, potrei cambiare squadra da un momento all’altro e mettermi a inneggiare per l’avversario proprio sotto il tuo naso? Sarà forse un problema di buone maniere? Ecco, ho capito: le donne (tanto più se “mogli” e madri) non sanno dire le parolacce. Come si fa a stare in curva senza dire parolacce? Almeno contro l’arbitro, insomma l’abc.


Beh, caro eroe della domenica pomeriggio, voglio assicurarti che bandiere, striscioni e cori non mi spaventano. Tantomeno mi spaventano le parolacce, anche se evito di dirle allo stadio visto che – come m’insegni tu – si tratta di “un luogo sacro”. Sai, penso che sia colpa tua, e di quelli che ti ascoltano, se gli stadi sono diventati posti difficili, arene dove andare a picchiarsi o a ridicolizzare l’avversario: difendere dei colori non vuol dire usare violenza, verbale e fisica, né sentirsi legittimati a imporre regole che limitino la libertà di chi vuole tifare come te. O forse in maniera un po’ più dignitosa.

Diversamente dal tuo, il mio stadio non è una caserma ma il luogo in cui migliaia di persone condividono la stessa passione, soffrono e gioiscono per la loro squadra ben sapendo che fuori da lì esistono priorità ben più serie. Lo sport è competizione, certo, ma non conosce discriminazione: uomini e donne hanno lo stesso diritto di partecipare, come atleti e come spettatori. Da qualunque fila desiderino.

Se questo modo di tifare non ti appartiene cambia passatempo, magari “una spensierata e romantica giornata a Villa Borghese“. Io, dal canto mio, spero di non incontrarti sugli spalti. Se poi dovesse succedere, farò in modo di sedermi tra le prime file e darti le spalle.

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