Calcinacci e pezzi di ferro che cadevano dal viadotto. Almeno dal 2015. Tanto che l’azienda aveva deciso di proteggersi con reti metalliche e pensiline, per poi scrivere ad Autostrade avvertendola di quanto stava accadendo. E i tecnici erano anche arrivati nella rimessa, per controllare. Quando il ponte Morandi è venuto giù, accartocciandosi su se stesso, è stato tutto inutile. Così oggi la denuncia delle rsu dell’Usb dell’Amiu, la municipalizzata dei rifiuti di Genova, fa ancora più rabbia, visto che sotto le macerie sono stati seppelliti anche due loro colleghi.

A raccontare a Ilfattoquotidiano.it la cronistoria degli ultimi tre anni nelle rimesse Rialzo e Campi, “incastrate” tra i piloni del viadotto, sono i rappresentanti sindacali Paolo Petrosino, Michela Cevasco, Luca Artusi e Fabrizio Nigro, quest’ultimo rsu di Amiu Bonifiche. Gente che sotto il Morandi ci lavorava tutti i giorni e sopra ci passava spesso. Fabrizio, l’ultima volta, alle 10.30 di martedì; Michela neanche mezz’ora prima del crollo.

“Non avremmo mai potuto pensare che venisse giù, eppure negli ultimi anni c’era un certo senso di insicurezza“, dicono. Il perché è presto spiegato, visto che l’azienda aveva cercato anche di porre rimedio alla caduta di calcinacci. Sia nella rimessa Rialzo che in quella Campi, entrambe sotto il viadotto crollato.

La prima, quella dove sono morti i due colleghi, è stata la più colpita. Amiu si era difesa dalla caduta dei calcinacci, spiegano i rappresentanti dell’Usb, “montando delle reti metalliche sospese (visibili sulla destra nella foto ora appoggiate sul container, ndr) e fissando dei percorsi pedonali protetti e prestabiliti per gli spostamenti”. Ma, giurano, non erano piovuti solo calcinacci: “È volato via anche un tubo, sarà stato un mese fa”.

A Campi invece aggiungono, “sotto il ponte c’era un’intera zona interdetta a uomini e mezzi protetta da una cancellata”. E per i camion, invece, erano stati installati dei “tunnel fatti di tubi e coperti da pensiline in lamiera” mentre il personale “si muoveva a piedi attraverso una struttura inutilizzata, un vecchio lavaggio”. L’azienda, assicurano, “scriveva ad Autostrade e Spea, la società della stessa Autostrade che si occupa della manutenzione”. E i tecnici erano entrati nella rimessa a fare delle ispezioni, per capire cosa fosse accaduto.

“Se il ponte fosse venuto giù mezz’ora prima – continuano – sarebbero morti 30 colleghi che erano a lavoro dove ora sono solo macerie e capannoni sfondati. Oppure pensate se non ci fosse stato l’acquazzone, che ha allontanato le persone dall’isola ecologica per il conferimento rifiuti ingombranti”. E così riemerge, adesso, “la sensazione di aver lavorato in una zona sensibile, in un posto infausto” perché l’incidente “è stato tutto fuorché una fatalità“. C’erano “le avvisaglie” e anche “le richieste di soluzioni alternative” ma “vuoi per questo o per quell’altro non se n’è mai fatto nulla”. Non una questione di legalità, specificano, “perché le autorizzazioni c’erano tutte, ma almeno di opportunità“.

Adesso Amiu ha anche un’altra emergenza: la raccolta di rifiuti nella zona di Ponente. “È ferma, non abbiamo lavorato oggi (mercoledì, ndr) e sarà così forse anche nei prossimi giorni”, spiegano, perché i pezzi del Morandi hanno distrutto mezzi per la raccolta dei rifiuti e le presse. I dipendenti non hanno neanche più le divise da lavoro né possono andare a recuperarle fino a quando i vigili del fuoco non decideranno sull’agibilità dei due siti. Quando si ricomincerà, quel che veniva stoccato tra Rialzo e Campi finirà con ogni probabilità alla Volpara, una terza rimessa. Beffe del destino, è sotto il viadotto di Genova Est, “pure quello da tempo monitorato”.