Sono tre giornalisti le vittime di un agguato a 23 chilometri dalla città di Sibut, un centinaio di chilometri a nord di Damar, nella Repubblica Centrafricana. I tre erano al lavoro sul progetto “Investigation Management Center”, finanziato e coordinato dall’ex magnate di Yukos, ora in esilio, Mikhail Khodorkovsky. Le fonti russe sono concordi nel riferire che la presenza dei giornalisti nel paese era dovuta a un documentario di inchiesta sulla partecipazione di milizie russe nel teatro della Repubblica Centroafricana. In particolare, viene menzionato l’interesse dei reporter a far luce sul ruolo del Gruppo Wagner, un’organizzazione paramilitare russa con affiliazioni di alto rango fra i membri del Cremlino e che si è dimostrato uno strumento utile, ma di difficile gestione, per i propositi di Mosca.

È stata la stessa ambasciata russa nella Repubblica Centroafricana a confermare la scoperta dei corpi di Orkhan Dzhemal, Alexander Rastorguev e Kirill Radchenko, due dei quali identificati attraverso il proprio tesserino da giornalista. Dzhemal ha lavorato fra le tante testate anche per Novaya Gazeta e Russian Newsweek in diversi teatri di conflitto come Afghanistan, Iraq, Siria e Ossezia del Sud. I restanti componenti del gruppo erano riconosciuti documentaristi, ognuno con una lunga esperienza alle spalle. Lo scorso aprile il giornalista russo Taksim Borodin, anche lui al lavoro su un’inchiesta centrata sul Gruppo, muore per quello che le autorità hanno classificato come suicidio nel proprio appartamento di Yekaterinburg. Ricchissimo di minerali, fra cui uranio, oro e diamanti, la Repubblica Centroafricana è da anni in uno stato di perenne scontro civile. Nel 2013 la deposizione del presidente cristiano François Bozize da parte di un’alleanza composta da milizie musulmane ha portato all’intervento della Francia per spingere le milizie fuori dalla capitale, Bangui. Al momento la situazione sul terreno vede una fra le più grandi missioni di pace delle Nazioni Unite (MINUSCA – 13.000 uomini) supportare la leadership del Presidente, Faustin-Archange Toudèra, il quale però controlla soltanto piccole porzioni di territorio al di fuori della stessa Bangui.

La Russia entra in gioco soltanto a dicembre scorso, quanto il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha applicato un’eccezione all’embargo sul commercio di armamenti nel paese, in supporto all’esercito governativo nella lotta ai ribelli. Ciò ha dunque consentito l’invio di armamenti leggeri e munizioni nei mesi di gennaio e febbraio scorsi, attraverso 9 cargo militari. A marzo invece il giornale russo Kommersant ha riferito di 5 consiglieri militari e 170 ‘istruttori civili’ russi in partenza per la Repubblica Centrafricana. La missione è quella di addestrare l’esercito governativo. Un altro articolo apparso sui media russi, risalente allo stesso mese, indicava che metà del personale nella base del Gruppo Wagner, nella città di Krasnodar, si stava preparando ad una missione nel continente africano. Il 20 aprile immagini satellitari fornite dal Conflict Intelligence Team (CIT) hanno mostrato un campo d’addestramento sul territorio della Repubblica Centroafricana e costruito dalle forze di Wagner. Il 23 aprile sono apparse invece sui social network foto che ritraggono “uomini dalle apparenze europee” vicine al Presidente Touderà. Successivamente diversi esperti hanno riconosciuto in questi soldati regolari russi e membri del Gruppo Wagner”. La formazione è impiegata in attività di protezione e difesa dell’industria mineraria, fondamentale per le economie del paese. Un ruolo molto simile a quello giocato dalla americana Blackwater (ora conosciuta come Academi) e dislocata in vari teatri come Afghanistan, Iraq e più recentemente lo Yemen.

L’Africa pare essere l’ultima frontiera per le ambizioni di Mosca e la Repubblica Centroafricana soltanto l’ultimo degli obiettivi. Ufficialmente la Russia non è coinvolta nel conflitto che martoria il Sudan dal 2013. Ciò che è certo è l’incontro di novembre scorso fra il Presidente Omar al Bashir, incriminato nel 2009 per crimini contro l’umanità, e il Ministro della Difesa Sergei Shoigu. Il tutto sotto l’occhio attento di Putin. Durante il meeting si sarebbe discusso della possibilità per Mosca di costruire una base militare nel Mar Rosso per difendere il Sudan dalle “azioni aggressive degli Stati Uniti” contro l’integrità territoriale del paese. Diversi mesi dopo l’incontro, il presidente sudanese, parlando con i media, ha riferito di un “programma esistente per sviluppare le forze armate” con l’intento di rispondere a qualsiasi atto d’aggressione. Secondo il sito di analisi e sicurezza Stratfor sarebbe proprio il Gruppo Wagner a intrattenere queste attività di supporto e addestramento. Una funzione che consente da una parte alla Russia di avanzare i propri interessi nella regione mentre dall’altra solleva Mosca da qualsiasi responsabilità diretta per gli avvenimenti sul campo. Il legame gioviale fra i due governi è stato cementato nell’aprile di quest’anno da un invito ufficiale alle compagnie energetiche russe (Rosneft, Gazprom, Lukoil, Tatneft) per investire in Sudan.

Il Gruppo Wagner è negli effetti uno strumento che consente alla Russia grande flessibilità strategica in diversi scenari su cui l’impiego di forze regolari sarebbe assai deprecabile. Esperti avanzano l’idea che nel potenziale caso di un conflitto nei Balcani o un acuirsi della situazione libica Mosca potrebbe impiegare queste milizie per sostenere alcune delle fazioni sul campo. Mentre lentamente si alza il velo sul ruolo di Wagner nella politica estera del Cremlino, occorre sottolineare che fra i personaggi di spicco dell’establishment russo e collegati all’organizzazione vi è Yevgeny Prigozhin, 56enne uomo d’affari di San Pietroburgo e conosciuto come “il cuoco”, avendo iniziato a lavorare per Vladimir Putin dalla ristorazione. Il 16 febbraio scorso gli Stati Uniti lo hanno colpito con sanzioni personali per la propria attività a capo della struttura conosciuta come Internet Research Agency, colpevole secondo gli organi di sicurezza americani di aver lanciato una “guerra di informazione contro gli Stati Uniti” e di gestire quella che nel gergo è chiamata una troll factory di finti account sui social network, utilizzati nel corso delle elezioni del 2016 che hanno portato alla vittoria di Donald Trump e che in generale mirano ad influenzare il dibattito politico in alcune nazioni chiave per la Russia. Lo stesso gestirebbe diversi contratti con il Ministero della Difesa russo, fra i quali quello siglato nel 2012 per servire più del 90% del cibo consumato dall’esercito russo. Un contratto dal valore di 1.6 miliardi di dollari. Una carriera davvero formidabile per un uomo armato soltanto del suo fine gusto culinario.

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