Aveva veramente ragione Marx a sostenere che il diritto è una sovrastruttura della società. E’ un concetto trascurato perché tutta la dottrina marxiana viene istintivamente legata a ipotesi rivoluzionarie o comuniste che, oggi, risultano desuete, antistoriche e tipiche di un mondo diviso in blocchi che non esistono più. Uscendo però da questi stereotipi, ci si può accorgere che quel concetto dice assai di più. Prima di tutto vuol dire che il diritto risponde, interpreta ed è lo specchio, di qualcosa di molto più strutturale e atavico, che detta l’agenda e le regole giuridiche e non sono certamente queste ultime a costruire la società di riferimento.

Piuttosto, le norme, ma, interpretano la società in cui debbono operare e ne tracciano i confini tra il lecito e l’illecito. In questo ambito il diritto penale, specialmente quello che non attiene alla tutela della persona e che tutela principi millenari, muta al cambiare del linguaggio dei differenti momenti storici. Per linguaggio deve intendersi il modo di esprimersi e dunque di ragionare di un certo contesto; come sosteneva il filosofo Heidegger “il linguaggio è la casa dell’essere” e dunque il nostro cervello, la nostra percezione e le nostre decisioni sono il frutto di come interagiamo. Il linguaggio è ciò che siamo e dobbiamo essere.

Il nostro mondo occidentale è assorbito totalmente dal linguaggio sociale, che ha regole ben precise: immediatezza, continua capacità di mutare immagini e pensieri, accelerazione costante e repentina, emozionalità, brevità, vertigine immaginifica. In una parola: iper-realtà. Questa definizione corrisponde a una visione “dall’alto” del mondo, senza che detta prospettiva analizzi il concreto, il palpabile e l’oggettività vera. Instagram, il social network più in voga, è proprio questo: un susseguirsi di immagini, frasi e video brevissimi, che danno una prospettiva “dall’alto” della persona, senza possibilità di rappresentarne il concreto riscontrabile. Ciò che viene “postato” sui social è un’impressione emotiva che si accavalla con altre impressioni, altrettanto emotive e, nel complesso, lasciano all’osservatore emozioni che vanno a formare storie emozionali che non sono per forza legate a una oggettività concreta.

Il diritto penale di questo scorcio di secolo sta trasformandosi nella stessa cosa. Basti pensare, a titolo di esempio, a reati quali l’aggiotaggio o il traffico di influenze, che occupano le indagini più clamorose e raccontate (non a caso) sui media. Entrambe queste ipotesi sono la versione iper-reale di delitti classici come il falso in bilancio e la corruzione. Con una differenza: che non vivono per forza della materialità di questi, ma dell’idea emozionale dei medesimi. Il falso in bilancio vuole la prova del taroccamento fisico e riscontrabile delle scritture aziendali, laddove l’aggiotaggio si accontenta delle fake news sul valore della società, quasi rappresentando una sorta di pubblicità ingannevole, espressa in ogni forma.

Allo stesso modo la corruzione, che vuole la dazione o la promessa di denaro del privato al pubblico ufficiale perché costui compia atti contrari al suo dovere di imparzialità, è sopraffatto dal traffico di influenze, che punisce i legami tra privati che potrebbero, in via ipotetica, sfociare nella corruzione ma che possono rimanere nell’ambito di un impalpabile malaffare di cui non si conosce esattamente la ricaduta sul buon andamento della pubblica amministrazione. Sono, entrambe, nuove ipotesi di reato da iper-realtà, che colpiscono l’emotività e l’“impressione” che quei comportamenti possono suscitare. Per paradosso, potrebbe sostenersi che sono delle responsabilità “alla Instagram”, più che dei reati che rispettano i contorni definiti delle norme penali classiche.

Credo che questo sia un dato ineludibile: se la società si muove e ragiona sempre più “per spot” e per tracce di emotività, è assai normale che il diritto, come sua sovrastruttura, debba adeguarsi. Altrimenti, il diritto, non sarebbe più in grado di essere sentito come rispondente alla vita reale. Tutto quanto ci circonda, dalla politica, all’arte, dal sentimento sino all’immagine, è iper-reale, cioè dire guarda il vero dall’alto, guardando la realtà dal lato dell’emozione più che da quello della razionalità del realmente possibile ed attuabile. E’ il mondo dell’aggiotaggio: una costante rappresentazione immaginifica in cui, addirittura, il “reale vero”, con i suoi lacci e limiti istituzionali, diviene un elemento svilente e depressivo. Vivere di emozioni, positive e negative, attiva parti diverse del cervello rispetto a quelle della razionalità.

Il linguaggio di oggi è questo, in tutti i campi. Non si può pretendere dal cervello di agire costantemente seguendo le onde dell’emotività e poi, d’un tratto, trasformarsi, in alcuni ambiti specifici, in altro. La mente estesa, costituita dal linguaggio sociale per immagini e per hashtag, detta i nostri percorsi neurali in ogni ambito; sempre di più il lato emotivo del cervello diviene dominante rispetto a quello razionale e dunque ha sempre maggior bisogno di “elettrizzarsi”, come se fosse in una continua dipendenza da iper-realtà e aggiotaggio del vero.

La politica di oggi risponde perfettamente a questa dipendenza cerebrale e la prova è data dai partiti tradizionali e post-novecenteschi che, nonostante i problemi dell’umanità rimangano i medesimi, hanno totalmente perso il linguaggio per riferirsi alla società. Quelle tradizionali, più che forze politiche dell’establishment, hanno un modo di esprimersi vecchio, recepito solamente dall’establishment colto e “anti-social”. Ma attenzione: l’aggiotaggio comunicativo esige sempre nuove sfide emotive e nuove vertigini e di questo debbono prendere atto anche le nuove forme di comunicazione, politica e giuridica.

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