Incentivi per stabilizzare i contratti a tempo determinato. Ma anche un ulteriore approfondimento sulla questione Inps, cioè l’istituto che ha stimato in ottomila contratti determinati in meno l’effetto principale del decreto legge Dignità. Luigi Di Maio torna a parlare del primo atto del governo M5s-Lega. E lo fa nello studio di Bersaglio Mobile su La7, dove è ospite anche anche Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria.

“Nella sede di conversione del decreti inseriremo anche degli incentivi per stabilizzare ulteriormente il contratto a tempo indeterminato. Questo ragazzo o questo meno giovane, dopo 24 mesi, è il momento che gli si dia un’opportunità di un contratto stabile per poter continuare a lavorare per quell’azienda. Io non credo nel turn over“, ha detto il ministro dello Sviluppo Economico. “Se io trasformo un contratto da tempo determinato a indeterminato ho delle agevolazioni”, ha spiegato il vicepremier in merito al tipo di incentivi. “Tutti speriamo di poter abbassare il costo del lavoro. Interventi sul costo del lavoro li vogliamo fare in legge bilancio a fine anno e saranno importantissimi per la competitività di questo paese”, ha poi ripetuto Di Maio, lanciando per la prima volta un monito alle società partecitate: “Io non posso accettare che le aziende di Stato, molte iscritte a Confindustria, quelle per cui noi nominiamo i manager, creino precariato. Sono quelle che devono garantire più stabilità, adeguandosi di più alle nuove regole”.

Dal canto suo Boccia – fino ad oggi molto critito col decreto Dignità – ha chiesto di “togliere la causale fino ai 24 mesi. Il punto non è diritti sì o diritti no. Ma il fatto che l’incertezza riguarda tutta l’economia. E l’imprenditore non ha certezza sul futuro”. “E il Jobs Act?”, ha chiesto l’intervistatore Enrico Mentana. “Il Jobs Act io non lo toccherei proprio”, ha risposto il numero uno degli imprenditori. “Non ci può illudere di creare più lavoro con il Jobs Act. Il 4 marzo è arrivato un chiaro segnale, non si può fare a meno della dignità dei lavoratori. Se vogliamo fare precariato è un’altra cosa”, ha replicato Di Maio.

Il ministro è poi tornato sulla polemicha che durante il week end ha contrapposto il governo a Tito Boeri. “La questione dell’Inps io la considero una questione da chiarire ancora””, ha detto definendo la stima dell’istituto di previdenza “senza alcun valore scientifico. Prevede un calo tra 10 anni di posti di lavoro, che significa mettere solo un numero in una relazione, numero che non condividiamo”. Il riferimentp è appunto alla cifra contenuta nella relazione tecnica allegata al Decreto Dignità: il primo effetto della riforma sarebbero ottomila contratti a tempo determinato in meno ogni anno. Un numero che per Di Maio era “apparso” la notte prima che il decreto venisse inviato per la firma al Quirinale, e che durante il fine settimana il ministro dell’Economia, Giovanni Tria ha definito “prive di basi scientifiche e in quanto tali discutibile“. All’esecutivo aveva replicato Boeri accusando i due ministri di “negazionismo economico“. Da quanto tempo Di Maio non sente Boeri, ha chiesto Mentana. “Da prima della famosa questione degli 8 mila posti di lavoro che si perdono”, ha risposto il ministro. Che sulla questione, tra l’altro, ha incassato il favore di Boccia. “Non entriamo merito della previsione che sembra anche a me eccessiva.  Il nostro centro studi non ha fatto valutazioni, ma non toccherà tanto l’occupazione ma soprattutto il turn over”, ha detto il numero uno degli industriali italiani.

In giornata, intanto, era emerso che la presidente della Commissione Finanze della Camera, Carla Ruocco, aveva spiegato che l’iter di conversione del decreto sarebbe stato spedito. A partire immediatamente saranno le audizioni e il primo ad essere presumibilmente messo sotto torchio dai parlamentari della Finanze e della Commissione Lavoro, unite nell’esame, sarà proprio Boeri. Ad essere ascoltato sarà anche Di Maiomentre al momento non è previsto un intervento di Tria.  Le Commissioni cercheranno probabilmente di fare chiarezza sui numeri della relazione tecnica e sulla ormai famosa ‘manina” che quei numeri li avrebbe inseriti nottetempo all’insaputa del ministro del Lavoro.