Dario Franceschini nel Pd non è solo. Salvini e i Cinquestelle non sono la stessa cosa, ha detto lunedì dopo aver incontrato il sindaco di Milano Beppe Sala, e semmai c’è bisogno di far emergere le contraddizioni “in questo schieramento così improbabile”. Lo spartito non è così diverso dalla risposta che oggi Graziano Delrio, un altro ministro dei governi renziani, ha dato ad Agorà Estate, su Rai3. “Io penso che noi dobbiamo dialogare certamente con i 5 Stelle – dice il capogruppo del Pd alla Camera – perché questo dialogo è utile al Paese. Con la Lega non ci sono le condizioni per un dialogo vero, sui provvedimenti. Con i 5 Stelle ci potrebbero essere. Ma dipende molto se loro non si schiacciano sulla Lega. Perché questo è il punto. Questo governo ormai ha un’agenda dettata continuamente dalle esternazioni, dalle promesse di Salvini”. Come dire che l’atmosfera, almeno in alcuni ambienti del Partito Democratico, sta cambiando gradualmente, visto che il punto di partenza è stato quello di divorarsi confezioni di pop-corn, atteggiamento che poi ha dato il via implicito al governo M5s-Lega.

Quello di Delrio è un ragionamento in linea generale. Ma dentro al Pd c’è già chi vuole passare ai fatti. C’è per esempio l’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando che sul decreto dignità dice che c’è una forte componente “propagandistica“, ma aggiunge che se ci sono elementi che limitano la precarietà nel lavoro essi “vanno guardati con obiettività”. Una linea simile alla sinistra di Liberi e Uguali, ma anche a quella sindacale. E’ stato Roberto Speranza, per esempio, nei prossimi giorni a dire che sul decreto dignità bisogna lavorare per migliorarlo, approvando le parti positive. Mentre la Cgil ripete di essere a favore di qualsiasi provvedimento che smantelli il Jobs Act, ma ribadisce la cautela perché ancora non c’è un testo e per ora, mentre da giorni il governo annuncia come “imminente” la versione definitiva, siamo alle enunciazioni generali.

Ma è proprio questa parola-chiave che fa irrigidire i campioni del renzismo. A partire dall’ex ministra per le Riforme Maria Elena Boschi: “L’idea di votare a favore del decreto legge pseudo-dignità del governo Salvini-Di Maio è assurda – twitta – È un decreto che va contro la storia del Pd. E che soprattutto va contro il futuro dell’Italia, creando lavoro nero, non lavoro stabile”. D’altra parte già al mattino il ragionamento del segretario Maurizio Martina era stato di chiusura, con un intervento più nel merito: “No, non penso sia votabile per i contenuti annunciati. Non affronta i veri nodi ancora aperti in particolare per sostenere sul serio il lavoro stabile”.

I più fedeli al suo predecessore, in realtà, non mollano e vanno all’arrembaggio: per Dario Parrini il decreto “è un mostriciattolo invotabile con forti dosi di dannoso dirigismo e potenti disincentivi alla creazione di posti di lavoro e agli investimenti”, il capogruppo al Senato Andrea Marcucci parla di “opposizione durissima”, mentre il presidente del partito Matteo Orfini definisce il provvedimento “sbagliato” e “assurdo” il dibattito sul fatto che votare alcuni pezzi del decreto porta a fare “sponda a Di Maio contro Salvini e riusciremo a convincerlo a governare con noi. O peggio, siccome modifica il jobs act è giusto a prescindere perché se lo votiamo diamo un segnale di discontinuità rispetto a quanto fatto prima”