E ora, ditemi, Adul è colpevole o innocente? L’allenatore che ha deciso di portare i suoi dodici baby-calciatori in una grotta, scelta avventata fino a divenire drammatica e sciagurata, perché non dovrebbe pagare la sua irresponsabilità? Con il suo gesto ha messo a rischio non solo la vita dei ragazzi che invece aveva l’obbligo di tutelare ma ha costretto altre vite a sfidare il destino. Circa novanta sono stati i sommozzatori delle unità speciali thailandesi ad affrontare il pericolo, allungare il corpo e farlo sommergere di melma per chilometri. Uno di loro è morto, ha immolato la sua vita sull’altare della generosità e della solidarietà.

“Senza Adul i nostri ragazzi sarebbero morti“, ha detto però ieri in lacrime una mamma all’ospedale, appena prima di rivedere il suo figliolo. E infatti se non ci fosse stato Adul che li ha sorvegliati per tutto il tempo, li ha rincuorati, li ha nutriti lasciando a loro il suo cibo, li ha tranquillizzati insegnando i principi della meditazione, a ingoiare la fame per esempio e a ignorarla, e poi ha atteso che l’ultimo ragazzo lasciasse quella bara infernale privando il suo corpo delle cure indispensabili perché lui, si è scoperto dopo, versa nelle condizioni più gravi.

Non c’è alcun dubbio che senza Adul quei ragazzi non sarebbero mai entrati nella grotta ma senza Adul nemmeno ne sarebbero usciti. Adul è un profugo birmano senza genitori e senza permesso di soggiorno. È un clandestino che rischia non solo il processo ma anche l’espulsione dalla Thailandia, il paese in cui risiede abusivamente. In questa storia, tragica e bellissima, misteriosa e miracolosa, l’alfa e l’omega della vita, della giustizia si confrontano e si scontrano fino a compensarsi. C’è la forza del diritto e la imprescindibilità del suo rovescio.