È l’ora più buia per il Pd, quella che prelude alla dissoluzione e alla catastrofe dopo l’ennesimo risultato elettorale deludente. Tutto suggerirebbe un rivolgimento, un colpo di reni e un salto per cambiare tutto, per ricostruire, per fare tabula rasa di un esperimento nobile ma mal riuscito, che ha portato alla consunzione di quelle due (e più) tradizioni che nel Partito democratico avevano trovato il modo di stare insieme e di continuare a dare un contributo alla società italiana attraverso la vivificazione di principi e valori alla base del nostro vivere repubblicano. Ma se quei principi e quei valori sono stati traditi e vilipesi, e lo sono stati perché la classe dirigente di quel partito non è stata in grado di tradurli per il tempo presente, allora occorre farsi qualche domanda sull’utilità di continuare ad abitare un soggetto politico ormai boccheggiante, oppure se non sia il caso, appunto, di cambiare tutto e cavalcare il cambiamento.

È dunque cosa buona e giusta che molti siano intervenuti in queste ore per provare a immaginare il futuro dopo, oltre (senza?) il Pd. Due tra tutti sono stati gli interventi che hanno fatto discutere: quello di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 26 giugno, e quello di Carlo Calenda sul Foglio del 28 giugno.

Partirei, nell’analisi di queste prese di posizione, dalla sede: se Galli scrive sul giornale della borghesia italiana, che certo non può e non deve essere esclusa dalla riflessione sulle sorti della sinistra, ma che ha sempre espresso delle posizioni piuttosto moderate, è ancor più singolare che il Foglio sia diventato una specie di house organ del Partito democratico. Non si tratta di una questione secondaria, poiché la sede è anche una scelta di campo.

Una scelta di campo che peraltro è coerente con la storia dei due autori. Galli è un conservatore, che davvero non ha niente a che fare con la cultura della sinistra. Senza cadere in sterili posizioni da esclusivismo possessivo (solo quelli con il passaporto di sinistra – e chi lo concede? – scrivono del destino della sinistra), è singolare che un decalogo su cosa debba essere la sinistra del futuro provenga da un moderato. Storia diversa per Calenda, che non è un intellettuale ma un manager dell’ottima borghesia capitolina “prestato” alla politica attraverso una forma di cooptazione spinta dai circoli degli happy few. Ma non si può certo dire che questa provenienza (Montezemolo, Monti, i Parioli) sia un bollino di sinisteritas.

Certo, l’argomento della sede e quello della storia personale potrebbero essere liquidati come “deboli” (ma a mio avviso non lo sono: i progetti richiedono una certa accountability di coloro che li propongono). Così occorre venire ai contenuti. Poiché è questo il terreno su cui si può dire con più forza che le idee di Galli e di Calenda si assomigliano, e si assomigliano nel loro essere progetti moderati, conservatori, che non hanno quel quid che li rende di sinistra.

Ma qual è questo quid. Galli scrive un bel decalogo, che tuttavia sembra più un manifesto per la destra italiana (una destra finalmente “normale”, vien fatto di dire), e così Calenda. Entrambi ritengono che una spruzzatina di solidarietà e di aiuto da parte dello Stato ai più deboli possa in qualche modo costituire un ingrediente per ricette “di sinistra”.

Ma è qui che occorre invece dire con forza che essere di sinistra non vuol dire “aiutare i disagiati”, come scrive Galli pur proponendo una patrimoniale, oppure “proteggere gli sconfitti”, come sostiene Calenda. Una sinistra del Terzo Millennio, per dirsi tale, dovrebbe essere in continuità con la sinistra degli ultimi due secoli: non Rerum Novarum, in sostanza, ma una sinistra che pensi a come i più deboli, oltre a essere “aiutati” e “protetti”, possano prendere l’ascensore sociali per uscire dal disagio e per non dirsi più sconfitti. Essere di sinistra vuol dire pensare di “sortirne insieme”, non di aiutare in modo caritatevole chi non ce la fa. Essere di sinistra, essere “progressisti” (termine ingiustamente ridicolizzato da Galli) vuol dire far sì che non ci siano sconfitti e disagiati, e non che questi vadano aiutati ma tenuti nella loro condizione di subalternità. È questo che manca a Galli della Loggia e a Calenda: un’idea di progresso in cui tutti ne usciamo insieme, senza dover attendere la caritatevole mano di chi ci consola ma ci lascia nella nostra condizione.