Oggi la fantascienza è al centro di un fermento tutto nuovo, collegato a quella futurologia che cerca di immaginare il nostro domani sforzandosi di anticipare soluzioni concrete ai problemi che verranno. La migliore riflessione in questo senso non può che partire dal nostro presente, sia per una ragione di riconoscibilità oggettiva delle basi speculative, che per non colpire troppo forte la pallina del ragionamento, rischiando di impantanarla in un bunker o di esporla alla violenza dei venti d’alta quota.

Per non fallire il colpo e restare sul fairway segnalo Mars horizon, splendida graphic novel edita da Bao publishing, nonché primo tassello di Octopus, nuova collana scientifica a fumetti a cura del blogger francese Boulet insieme a Marion Amirganian. La vicenda di Mars Horizon, scritta dalla divulgatrice Florence Porcel e disegnata da Erwann Surcouf, ci racconta i primi passi della ventura colonizzazione di Marte a opera dell’umanità e fissata per l’ottobre del 2080.

Uno scenario appunto plausibile, che tiene conto di problematiche concrete e reali, ampiamente superabili nel prossimo mezzo secolo tramite la collaborazione dell’intera umanità. La protagonista è Jeanne Clervois, prima vera residente fissa marziana che (a differenza dei suoi compagni di equipaggio) non tornerà mai sul pianeta Terra. Per prepararsi a questa missione, Jeanne è stata selezionata tra moltissimi candidati e, per buona parte della sua vita, ha sviluppato il robusto equilibrio psicofisico necessario ad abbracciare la prospettiva di una vita su un altro pianeta.

La storia ci racconta di come, dopo molti anni di preparativi, necessari a far giungere sul Pianeta rosso le risorse necessarie ad accogliere gli esseri umani, si giunga al fatidico momento di unire questi pezzi sparsi per il suolo marziano e mettere in moto la culla della nuova colonizzazione. Non mostri, battaglie o catastrofi spaziali, bensì una sorta di ragionato tutorial sulle reali necessità e problematiche legate ai primi, veri giorni su Marte. Attraverso il racconto della protagonista dunque, viviamo le difficoltà legate all’ambientamento fisiologico, il monitoraggio delle risposte organiche da parte del dottore della missione, l’urgenza di mettere in sicurezza i numerosi dispositivi di supporto vitale già inviati sul pianeta e, soprattutto, il recupero di un elemento fondamentale e non replicabile: il Cybliss, uno strumento che, tramite colture di particolari batteri, garantirà anche in futuro la possibilità di produrre cibo e carburante per i giorni a venire. A coinvolgere dunque non sono sorprese o colpi di scena ma la plausibilità, oltre al contagioso entusiasmo con cui le situazioni esposte vengono affrontate e spiegate ai lettori, non senza ignorare gli aspetti umani della vicenda, compresi quelli sentimentali.

Assai meno positivista è invece la visione del futuro prossimo che ci è stata raccontata nella serie tv Black mirror, balzata in cima alle preferenze del pubblico mondiale grazie all’inquietante magnetismo delle sue previsioni distopiche. Le ragioni di questo successo, capace di intercettare un pubblico piuttosto eterogeneo, sono state analizzate in Black Mirror – Distopia e antropologia digitale, un illuminante saggio edito da Villaggio maori edizioni a cura di Davide Bennato.

Prendendo in esame dati reali su gradimento e l’interazione del pubblico e confrontandoli con le tematiche degli episodi specifici, Bennato e i suoi collaboratori Francesca Sortino, Andrea Cerase e Alessandro De Filippo inquadrano questo successo evidenziandone la capacità di sensibilizzarci sulla schiavitù che ci stiamo costruendo da soli tramite nuove tecnologie e prigioni crossmediali; potentissimi strumenti di cui però non sembriamo capaci di mantenere il controllo e che stanno progressivamente finendo per assumere il controllo delle nostre esistenze.

I protagonisti degli episodi di Black mirror infatti vivono in un futuro non identificato ma prossimo, riconoscibile, potenzialmente contemporaneo a quello di Mars horizon, ma nel quale non siamo riusciti a sviluppare modi corretti e umani per servirci correttamente degli strumenti di cui ci siamo dotati. La capacità di giocare d’anticipo da parte degli autori su tematiche soprattutto urbane e politiche, in luogo di quelle spaziali bazzicate in passato dalla fantascienza letteraria, ha reso Black mirror una sorta di incubatore dei nostri incubi peggiori. Così il controllo del consenso, l’imbrigliamento della sessualità, i dubbi sui vaccini o le conseguenze della diffusione delle fake news vengono elaborate e portate alle estreme conseguenze, dando vita a inevitabili riflessioni sul modo in cui ogni giorno tessiamo la tela del nostro avvenire.

In questo senso il saggio di Bennato si rivela dunque un prezioso sestante, utile a orientarci nell’impervio mare della contemporaneità, dove le stelle possono essere indicarci futuri possibili migliori o peggiori, in base alle scelte che facciamo, o alle storie che decidiamo di ascoltare. Del resto, bello o brutto che sia, domani è un altro giorno.