Tra poco rivedrò Davidson. Sono in pullman, mentre scrivo e sto per raggiungere Siena per il Toscana Pride. La sua terza edizione dopo quelle di Firenze e Arezzo negli anni scorsi. “Sei pronta?” ho chiesto a Natascia Maesi, che con Marialuisa Favitta (a portavoce dell’evento) e il Movimento pansessuale senese sta dando anima e corpo per l’evento di oggi. È emozionata. Lo avverti da quell’attimo di esitazione nella sua voce: “Non so se si è mai veramente pronti, ma so che siamo tutti carichi e felici”. E capisco che hanno già vinto.

Tra i ragazzi che oggi marceranno sotto le insegne dell’arcobaleno rivedrò Davidson, appunto. Ho raccolto la sua storia, che ha un’unica definizione possibile: di straordinaria quotidianità. Essa inizia nel 1989 in un villaggio vicino Calcutta. Da lì arriva in Italia a un anno e pochi mesi, direttamente dall’istituto La casa dei bambini di Madre Teresa. “Non ricordo nulla del prima” mi confida “ma è stata fondamentale la capacità dei miei genitori di raccontare ripetutamente e con gioia il mio arrivo in famiglia, l’essere stato a lungo desiderato e la felicità nata da quel primo incontro”.

Non è stato facilissimo per Davidson Ciullo costruire la sua identità nel nostro Paese. Fondamentale il ruolo della sua famiglia. “Famiglia”, gli rivelo, ha un’antica radice italica: famel. Significa casa. È famiglia dove sei a casa. Mi sorride. Il suo sorriso è bello: lo paragoneresti, in certi momenti, a un lago di benevolenza e gratitudine. “La famiglia per me è un legame di cuore, d’amore e non di sangue e carne” mi dice ancora “Non ricordo quando i miei genitori mi han detto di avermi adottato. È come se lo sapessi da sempre, l’ho appreso in modo del tutto naturale, nello stesso modo in cui si impara a parlare, a camminare, a riconoscere le persone”.

La sua è una storia di inclusione e identità. E in tutto ciò, a un certo punto, arriva la consapevolezza di essere gay. “Ho sempre saputo di essere “diverso” e quando finalmente mi sono reso conto di essere gay, finalmente si sono chiariti molti dei sentimenti confusi che sentivo nascere”. C’era, tuttavia, la paura di essere scoperti: “Vivere in un paesino non aiuta, soffoca e si ha sempre il terrore dei pettegolezzi. Si ha paura a fare il proprio coming out“. Eppure, come avviene in quella canzone di Gino Paoli e Amanda Sandrelli, accade che “ti riporta via, come la marea, la felicità”.

Lì, in Basilicata, negli anni dell’adolescenza non c’erano associazioni Lgbt nelle vicinanze. Davidson sperimenta il senso di una profonda solitudine. Sentirsi “l’unico gay del villaggio”. Poi la svolta: nel 2009 mi trasferisce a Siena per studiare. “Qui ho conosciuto l’Arcigay, ho trovato l’amore e nel corso di questi anni mi sono dichiarato con la famiglia e gli amici”. Adesso è un attivista e conduce con successo il programma radiofonico Ciao Gender: “Cerchiamo di far conoscere il mondo Lgbt”. Poi una pausa, anche lui, come se cercasse le parole dentro di sé. “Sono felice”, dice alla fine.

Ma il confronto con la propria identità sessuale non è stata l’unica prova che ha dovuto affrontare. “L’inserimento in un piccolo paese ha le sue difficoltà: la differenza del colore l’ho capita dopo qualche anno, per me non esisteva prima”. Purtroppo l’Italia sta diventando, sempre più, un Paese razzista. Un Paese che guarda all’etichetta da appiccicarti addosso – non bianco, non cristiano, ecc – in un processo di negazione. “Una fetta di elettorato è portata a scaricare la colpa sui migranti di colore, visti come portatori di malattie, miseria e delinquenza. Mi è capitato che le forze dell’ordine mi fermassero più di una volta chiedendo documenti e a volte anche il permesso di soggiorno che, da italiano, non mi serve”.

Davidson è diventato italiano nel momento in cui ha trovato una famiglia che lo ha accolto. Nel momento in cui attorno alla sua identità – tutta da creare e che non poteva fermarsi al colore della pelle e alla provenienza geografica – si è costruita la “casa” degli affetti: dei suoi genitori, del suo compagno, delle persone che oggi marceranno insieme a lui. La nostra Italia si dimentica un po’ troppo spesso che “famiglia” è il posto in cui sei a casa. Per questo, forse, si è affidata a persone che non vogliono edificare pareti solide per proteggere chi la abita, ma recinti di filo spinato per tenere fuori qualcuno.

Oggi saremo a Siena, per il Toscana Pride, anche per dire no a tutto questo. Per ricordare che siamo parte di una comunità che ha imparato il valore della condivisione. E per ribadire che il colore della pelle non è qualcosa di cui aver paura, ma solo una delle tante varianti di quella magia del cielo che chiamiamo arcobaleno.