Sembrava l’esplosione di una supernova, come tante se ne osservano ormai nell’universo. Anche perché le coppia di galassie monitorate da un team di 36 scienziati provenienti da 26 istituzioni di tutto il mondo si trovavano in un’area di cielo così ricca di esplosioni da essere stata ribattezzata la “fabbrica delle supernovae”. Ma il segnale proveniente dalla coppia di galassie era in realtà prodotto da un evento rarissimo: una stella fatta letteralmente a pezzi da un buco nero supermassiccio, dopo esserne stata catturata dalla sua invincibile attrazione gravitazionale.

Il fenomeno che porta alla disgregazione delle stelle è noto come “distruzione mareale“: le forze mareali deformano la stella e la fanno a pezzi creando un flusso di detriti che poi cadono verso il buco nero, illuminando lo spazio circostante con getti luminosi di plasma ed energia. “Mai prima d’ora siamo stati in grado di osservare direttamente la formazione e l’evoluzione di un getto creato da uno di questi eventi”, ha spiegato Miguel Perez-Torres dell’Istituto di Astrofisica dell’Andalusia, direttore insieme insieme al finlandese Seppo Mattila dell’equipe che ha pubblicato i risultati dello studio sull’ultimo numero di Science.

Nel gennaio 2005 i ricercatori avevano scoperto una raffica di emissioni infrarosse provenienti dal nucleo di una delle galassie monitorate, rilevando nel luglio dello stesso anno una nuova e distinta fonte di emissioni radio nella stessa posizione. Dopo l’acquisizione di immagini durata anni, nel 2011 si è visto che l’area dell’oggetto da cui provenivano le emissioni radio si stava espandendo verso una direzione specifica, formando un allungamento chiamato “getto”.

“L’evento rilevato nella galassia Arp 299 ha un’ulteriore peculiarità”, ha detto Marco Bondi, astronomo dell’Istituto Nazionale di Astrofisica di Bologna e unico italiano a far parte del team scientifico. “Per la prima volta si è potuto osservare anche la creazione di un getto radio prodotto dal fenomeno di rapido accrescimento ed è stato possibile seguire la sua evoluzione su un arco di tempo di diversi anni, grazie anche al contributo dei radiotelescopi dell’INAF che hanno osservato congiuntamente alla rete europea e americana”. Bondi ha contribuito ad analizzare e interpretare le osservazioni radio che hanno avuto un ruolo fondamentale nello studio.

Lo studio su Science

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