Oltre 250 agenti. Venti misure di custodia cautelare. Questa mattina Latina si è svegliata con il rumore degli elicotteri che volteggiavano sulla città, mentre gli uomini della Polizia di Stato hanno portato a termine una maxi operazione nei confronti di presunti appartenenti a un clan rom operante nel quartiere di Campo Boario: un’associazione criminale senza legami con Cosa nostra, ‘Ndrangheta e Camorra ma in grado di imporsi con l’intimidazione e la violenza tipiche delle organizzazioni mafiose. “Per la prima volta in territorio pontino – sostengono gli inquirenti coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia – viene riconosciuta l’esistenza di un’associazione mafiosa autoctona, non legata a gruppi criminali siciliani, calabresi o campani”.

I destinatari dei provvedimenti – tra cui sette donne, una delle quali considerata dagli investigatori figura di vertice del clan – sono accusati, a vario titolo, di associazione a delinquere di tipo mafioso, traffico di droga, estorsione, violenza privata, favoreggiamento, intestazione fittizia di beni, riciclaggio, corruzione e reati elettorali previsti dal Codice Antimafia, tutti aggravati dalle modalità mafiose. Secondo quando emerso dalle indagini, gli autori delle estorsioni, effettuate con metodi particolarmente violenti, utilizzavano il nome dei Di Silvio per amplificare il potere di intimidazione e per ricordare che la destinazione del denaro era al sostentamento dei carcerati e delle loro famiglie.

“Finora ci siamo misurati con organizzazioni di tipo tradizionale come pezzi di ‘ndrangheta e camorra, come accaduto con le operazioni contro le famiglie Schiavone e Tripodo nel sud pontino – ha spiegato in conferenza stampa a Roma il procuratore aggiunto Dda Michele Prestipino – qui c’è un gruppo autoctono che da moltissimi anni è insediato sul territorio e che dal 2010 esercita un potere egemone sul territorio attraverso comportamenti mafiosi. Per la prima volta contestiamo il reato di associazione mafiosa a un gruppo originario del posto che ha nel tempo accumulato un potere criminale modellandolo sull’archetipo del 416 bis”.

“Si tratta di un gruppo storico, quello dei Di Silvio-Ciarelli, famiglie di etnia rom che si sono alleate per controllare il territorio – ha proseguito Prestipino – e che fino al 2010 si erano contrapposte ad altre famiglie con fatti di sangue estremamente gravi. In questi anni hanno dimostrato capacità di controllare il territorio strada per strada, quartiere per quartiere“. Cio ha comportato “estorsioni sistematiche a tappeto in base alla regola secondo cui ‘tutti devono pagare tutto’. Per la prima volta sottoposta a estorsioni la categoria degli avvocati, che hanno ricevuto la visita degli esponenti di questo gruppo nei loro studi”. Non solo: “L’altra novità sono i reati in materia elettorale – prosegue Prestipino – si tratta di manovalanza nell’attacchinaggio elettorale e compravendita di voti. Nella loro complessità questi fatti sono indici importanti della mafiosità del gruppo, capace di stringere rapporti con la politica“. In particolare gli inquirenti hanno rilevato episodi  di “acquisizione di consenso elettorale attraverso la promessa di denaro: 30 euro a voto“.

“Negli ultimi tempi la capacità intimidatoria aveva consentito di abbassare il livello di violenza nei confronti delle vittime – ha spiegato Vincenzo Nicolì, primo dirigente della Polizia – questo è un fatto importante, che consente di valutare l’aumentata capacità di intimidazione. Bastava pronunciare il nome dei Di Silvio per costringere i cittadini ad accondiscendere alla volontà del gruppo”.

“Il nome dei Di Silvio rappresenta di per sé una forma di intimidazione – ha spiegato il vicequestore Carmine Mosca – gli esponenti di questo clan si sono impossessati di alcuni quartieri di cui si ritengono i padroni. Il loro predominio affonda le radici nella guerra di mafia tra i clan dei rom contro i gruppi criminali autoctoni non rom, al termine dei quali questi ultimi si imposero”. Una vicenda iniziata con il tentato omicidio di Carmine Ciarelli, capo dell’omonima famiglia, a cui fecero seguito in meno di 48 ore gli omicidi di Massimiliano Moro e Fabio Buonamano.  “A quel punto i clan rom si divisero in due tronconi, che nel 2015 videro l’affermazione della fazione comandata da Armando Di Silvio detto Lallà”. Costui è, secondo l’ipotesi accusatoria, “il capo di una gerarchia criminale in grado di mettere in campo una stratega criminale alla quale nessuna delle vittime era in grado di sottrarsi”.

“Oltre alle estorsioni – ha proseguito Mosca – l’altro core business del gruppo erano il traffico e lo spaccio di stupefacenti. L’affare più importante era quello della cocaina. Sono stati accertati diversi episodi in cui il gruppo contattava altri sodalizi per recuperare partite di stupefacente e al momento dell’acquisto il gruppo rom sottraeva la cocaina e scappava via, sezza che poi i derubati si permettessero di tornare a cercare in territorio pontino le partite di droga sottratte. E’ accaduto nei confronti di gruppi campani, romani e albanesi. Un metodo che aveva permesso al clan di quadruplicare i loro introiti nel business dello spaccio. Questo fatto permette di misurare il peso del clan”.